martedì 9 settembre 2014

Intervista a Pierre Lemaitre Ci rivediamo lassù Mondadori Prix Gouncourt 2013






Ho incontrato Pierre Lemaitre in un caffè nel centro di Mantova, La Ducale in via Calvi, in un pomeriggio assolato. Ero preparata, avevo letto il libro con attenzione, l’avevo gustato calandomi nella storia, amandone e odiandone i personaggi, facendo le ore piccole sulle pagine di questa storia di guerra, dopoguerra, amicizia e sentimenti ed ero pronta a fargli domande, mi ero scritta l’ordine di quel che volevo chiedere all’autore di Ci rivediamo lassù edito da Mondadori. 
Poi una volta davanti a lui è nata una chiacchierata così tanto più ricca che le domande hanno cambiato posto, alcune sono perfino cambiate.
Per chi non l’ha letto sappia che è un romanzo sorprendente, e a chi seguiva Lemaitre prima, con i suoi polizieschi e thriller come Alex o Lavoro a mano armata, sappia che questo romanzo e tutta un’altra cosa.
È questa una storia nata dalla rabbia, soprattutto, precisa lo scrittore, per come sono stati trattati i reduci dopo la guerra. Dopo ogni guerra quei soldati che hanno fatto ciò che veniva loro chiesto, tornano a casa e non trovano più un posto nella società. I reduci sono oggetto di paura e di collera, lo scrittore ricorda quei vecchi che vedeva da bambino con le loro ferite sul viso e dappertutto, che erano le ferite della Francia, quelle vergogne che la Francia non voleva vedere e ricordare. E così come allora anche il mondo di oggi ha delle analogie e risonanze con il mondo cruento della guerra di allora. 
Questo succede ogni volta, e Pierre Lemaitre racconta nelle sue cinquecento pagine una vicenda straordinaria di forti contrasti e conflitti, di un debito e di una promessa.


Mounsier Lemaitre, prima di parlare del libro, vorrei chiederle cosa pensa del futuro dell’editoria in Europa?

La letteratura è uno dei mezzi per raccontare la storia e ha detenuto finora il primato, ma ora deve dividersi la scena con diversi concorrenti. Credo che per l’avvenire sia necessario guardare alla nuove tecnologie, questo è il mandato dell’editoria. Se gli editori non creeranno un nuovo paradigma sarà un problema. Per ora il supporto digitale viene considerato una copia del libro cartaceo e credo che sia un errore di concetto madornale.

Cosa è per lei la scrittura e come è nata in lei l’esigenza di narrare?

La scrittura è il mio mestiere. Se da una parte c’è l’abitudine e il costume di considerare la scrittura non come un mestiere, la si concepisce come una vocazione, come un’arte, per me la sua prima natura è quella di essere un mestiere. Il mestiere che ho scelto è quello di raccontare delle storie. Amo raccontare storie, per me è un piacere, un divertimento, mi tocca nel profondo, mi commuove, è ogni volta è estremamente vivo e fantastico. È un mestiere che ho scelto e che io faccio come fossi un artigiano. Mi chiedo sempre quale storia io desideri raccontare e perché la voglia raccontare, sono queste due domande che sono alla base del mio lavoro, e mi portano sempre a interrogarmi e a chiedermi, è utile?, ha un senso raccontare questa storia? Una volta che mi sono dato una risposta, mi impegno, ce la metto tutta e faccio del mio meglio a scriverla nel miglior modo possibile con gli strumenti di cui dispongo. Non è molto romantico. Lo so.

Sì, ma è vero.

Sì, esattamente. È vero.

Lei dà una descrizione per nulla edulcorata della Grande Guerra, talora narrata in modo epico e leggendario in molta letteratura. Per lei esistono gli eroi e se sì chi sono? 

L’eroismo esiste ma spesso si tende a pensare che sia una qualità che appartiene ad alcuni uomini soltanto. È una questione di circostanza, tutti noi abbiamo un’anima vigliacca e una coraggiosa, ma è sempre una questione di scelta e di contingenza. Per esempio i miei personaggi fanno qualcosa di eccezionale, anche se sembrano persone assolutamente normali, anzi anche paurose, ma l’accidentalità muove loro un impeto impensabile. Alcuni di loro nel bene, altri nel male, come il tenente Pradelle, che compie gesta leggendarie ma servendo il Male.

Le relazioni e i rapporti tra i personaggi sono spesso in opposizione, e lei ne ha narrato le diverse sfumature. 

La letteratura non è sempre incentrata sul conflitto, ma il conflitto è necessario, è necessario raccontarlo e sviscerarlo, per capire, la letteratura ha il ruolo di spiegare il conflitto e le sue ragioni. Anche nei casi dei conflitti interiori, la storia conduce a un conflitto. Nel caso del mio personaggio Albert, egli ha un grande conflitto interiore ma ha un debito enorme, deve la sua vita all’uomo che gliel’ha restituita quando lui era quasi morto, e lui si sente sempre nella condizione di ripagare questo debito di vita, anche se un debito di vita non è rimborsabile. Il personaggio più facile da raccontare è stato Pradelle, perché è chiaramente un uomo malvagio, opportunista. Un vero bastardo. Il personaggio che mi ha dato più soddisfazione è Albert. Non era facile raccontarlo, ma con lui ho potuto giocare con una cosa che amo molto e che amo fare in letteratura, e cioè giocare con le piste false. Descrivo un personaggio detestabile, sporco, mediocre, testardo, un uomo senza qualità ma che alla fine incarna la morale di tutta la storia. Ho cercato di portare il lettore a odiare questo personaggio, e alla fine faccio capire che invece le apparenze fuorviano, che le circostanze cambiano l’anima del personaggio.

Uno degli elementi di forza di questo romanzo sono le sorprese. Fino a che punto viene sorpreso dai suoi personaggi?

Non è semplice ma è importante costruire una storia. Quando mi chiedono consigli per un esordiente scrittore, io dico sempre queste cose. Non fidatevi della scrittura e abbiate fiducia nella scrittura. Non fidatevi perché la scrittura va pensata e ragionata, ma allo stesso tempo consiglio di tenere conto di seguire i personaggi e quella parte di noi non solo razionale, perché altrimenti perderemmo degli spunti importanti per capire la direzione che stiamo prendendo. Ma lo scrittore è anche il boss, deve tenere le fila e casomai tracciare un rigo e ricominciare. Saper rinunciare a ciò che non funziona. 

I suoi personaggi sono credibili, veri, reali, persone che ci assomigliano o che assomigliano a chi incontriamo. Gli altri sono per lei uno specchio?

Uno scrittore si nutre dei propri incontri. La questione che mi pongo spesso in quanto autore è che se anche se osservo qualcosa che trovo interessante, non è detto non ho mai la sicurezza che sia interessante dal punto di vista della scrittura del romanzo. Per dar vita a un romanzo ci deve essere qualcosa di più, deve essere letteratura. 

Rimango con la sua voce e queste parole che mi frullano in testa e mi torna alla mente ciò che diceva un grande scrittore italiano, Pontiggia, che raccontò che un giorno una sua allieva gli aveva detto, Io voglio scrivere perché la mia vita è un romanzo. E Pontiggia le aveva risposto: Ne sono lieto! Se la tenga per lei, la sua vita, allora, e scriva solo di quelle cose che siano davvero interessanti per chi legge.
Grazie Mounsier Lemaitre, una lezione di scrittura che non dimenticheremo.



Grazie ad Anna da Re (Mondadori) che mi ha dato l’opportunità di conoscere e parlare con un grande scrittore.


Le fotografie sono di Cristina Parodi

Pierre Lemaitre Domenica mattina Teatro Ariston Mantova 2014



Pierre Lemaitre (Parigi, 1951) è uno scrittore francese. Prima di dedicarsi alla scrittura, Pierre Lemaitre ha lavorato come insegnante. Assieme all'attività di romanziere ha anche portato avanti l'attività di sceneggiatore. Ha pubblicato vari romanzi: Travail soigné, Editions du Masque, 2006, premio Prix Cognac 2006; Robe de marié, Calmann-Lévy (2009), premio Meilleur Polar Francophone 2009; Cadres noirs, Calmann-Lévy (2010), premio Prix Le Point du Polar européen 2010); Alex, Editions Albin Michel (2011). Con Au revoir là-haut (Editions Albin Michel, 2013) ha ottenuto il premio Prix Goncourt 2013. Fazi Editore ha pubblicato L'abito da sposo nel 2012 e Lavoro a mano armata nel 2013 mentre Mondadori ha pubblicato Alex nel 2011 e nel 2014 Ci rivediamo lassù Prix Gouncourt 2013.



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