martedì 16 settembre 2014

Cronache di Mantova: gli ultimi giorni, per #Stoleggendo



Sabato 6 settembre 
#readerguestcolazione

Da sinistra Giulia Taddeo Laura Pezzino Annarita Briganti e la sottoscritta

Annarita Briganti Paola Avigdor Paolo Armelli Laura Pezzino

Finalmente eccole, alcune delle #readerguest di @Stoleggendo. Quando arrivo al Caffè Modena sono le nove e Giulia Taddeo è già al secondo caffè. Arrivano le altre. Annarita Briganti, Laura Pezzino, Patrizia La Daga, Anna da Re e finalmente lui, Paolo Armelli, mentre Riccardo Barbagallo è dovuto partire e Alba Donati è impegnata in un evento. E poi ancora Giuditta Casale e Francesca Lupi e altre facce e saluti.
Felici di incontrarci, di guardarci negli occhi, di scambiare impressioni, darci nuovi appuntamenti. @Stoleggendo è anche questo, un appuntamento di persone entusiaste che condividono passioni e che credono nell’importanza di quello che fanno.
Ridiamo, ciarliamo, addentiamo brioche e croissant, ci salutiamo per fuggire verso altri incontri, dandoci appuntamenti per un caffè, aperitivo e per la cena.

con Patrizia la Daga

Giulia Taddeo e Anna da Re
Ore quindici

Gary Shteingart comincia raccontando della sua vita rocambolesca, dei sogni all’arrivo in America e delle illusioni. 
L’autore di Mi chiamavano piccolo fallimento edito da Guanda comincia con una battuta.
«Quando abbiamo capito che non dovevamo credere più in niente diventammo repubblicani»
A cinque anni Gary scrive il suo primo romanzo, che intitola Lenin e l’oca magica, titolo che nasce dalla presenza di una grande statua di Lenin davanti a casa e dal fatto che la nonna scriveva per Buongiorno Lenin. In quell’occasione Gary capì che avrebbe fatto lo scrittore perché la nonna gli disse,   ti dò un pezzo di formaggio per ogni pezzo che scrivi. Capì anche che la sua vita non sarebbe stata facile o scevra da conflitti perché l’oca del romanzo finirà mangiata in guazzetto.

Gary Shteingart con Marco Malvaldi


Quando si trasferirono negli Stati Uniti, le prospettive cambiarono. Fuori dalla loro casa non c’era più la statua di Lenin e gli venne detto, non devi più amare Lenin, da adesso devi amare Reagan. Son cose che segnano.
Le aspettative dei parenti sono il tema più gustoso del libro. Ad esempio, Gary cerca di spiegare la differenza tra una mamma italiana e una mamma ebrea e lo fa in questo modo.
Dice la mamma italiana: se non mangi la minestra io ti ammazzo
Dice la mamma ebrea: se non mangi la minestra io mi ammazzo.
Ci sono divertenti e sorprendenti aneddoti in tutto il romanzo, che, va detto, non è stato affatto apprezzato dai parenti.
Insomma, il bambino Gary rincorre per tutta la vita la  necessità di migliorarsi e di accontentare i propri familiari, e si chiede continuamente, come farò a diventare grande, come farò a diventare come loro? Basterebbe aspettare, suggerisce Malvaldi, ma per Gary non è proprio così, la sua è una continua attesa di veder sparire  quello sguardo di disappunto che lo segue ovunque, in qualsiasi ramo della famiglia. 
«Ti amiamo non fallire, ti vogliamo bene, non fallire» gli ripetono per tutta la vita.
Il fallimento, spiega Gary Shteyngart, per gli emigrati non è un’opzione di vita. 
«Adesso» dice soddisfatto «da mio figlio mi aspetto che fallisca»

Sono le quidindici e cinquanta, devo scappare e mi dispiace, anche se è a soli cinque minuti da qui, a La Ducale c’è Mounsier Pierre Lemaitre che mi aspetta. Il Prix Gouncourt, non so se mi spiego. Emozionata, corro vero l'intervista.

con Anna da Re e Pierre Lemaitre


Alle diciotto mi dico che Chiara Valerio mi ha convinto, con il suo piglio spiega a una platea attenta e numerosa e alla sottoscritta che Aleksandar Hemon (Sarajevo, 9 settembre 1964) è un grande narratore. La letteratura permette di fare una cosa che succede quando si è bambini, quando si può essere tutto. Chiara Valerio spiega che leggendo Hamon non si può non essere altro che quello che si legge. Scrivere significa imparare a perdere se stessi. Il sé è una cosa che si costruisce. Nel momento in cui si rielabora quel che si è stato, allora si costruisce il proprio sé. 
[La #readerguest è assai colpita da questo scrittore, da quello che dice e che racconta di sé. Afferra tre dei suoi libri e li compra, ripetendosi che è incredibile il fatto di non averli mai letti. Gravissimo. Ma sta rimediando]

C. Valerio:  «Come si fa a scrivere senza arrabbiarsi? »
A. Hammon:  «La rabbia è una sorgente della mia scrittura, ma riesco a trasformarla in energia, in umorismo, in altro.»
C. Valerio: « In che modo è riuscito a conservare la rabbia?»
A. Hammon:  «Quando scrivo la rabbia non è l’unica cosa che ho, ma l’amore la bilancia. La rabbia la distribuisco sui miei personaggi, edito la mia rabbia e la passo a loro. E così nasce un romanzo»

Domenica 7 settembre, ultimo giorno, ahimé

È l’ultimo giorno, io e la mia amica Cristina Parodi, la bibliotecaria più amata d’Italia, l’unica che riceve telefonate continue dagli utenti della Biblioteca a ogni ora del giorno e della notte, e anche quando è in vacanza, lasciamo il Bed&Breakfast della signora Teresa, Il CortePosta [quartiere Lunetta, via Ostilia 1, vivamente consigliato], mentre la signora Teresa mi scongiura di non partire per l’Iran e dice di voler parlare con mia madre e io le spiego che no, che non è il caso. Lei torna alla preparazione dei suoi tortelli di zucca, e mi infila in bocca un cucchiaio di ripieno. Così ti stai zitta, mi dice.

Ore dieci e trenta.
Andiamo ancora una volta a vederlo e a sentirlo, Pierre Lemaitre, autore di Ci rivediamo lassù edito da Mondadori.


Riferendosi all’articolo uscito sul Il corriere della sera Lemaitre ribadisce che lo scrittore assomiglia al fabbricante di emozioni ma che lavora come un orologiaio, che il suo rapporto con la scrittura è proprio come quella di un artigiano con i suoi arnesi, e scherza sulla polemica nata in Francia sulla sua vittoria del Gouncourt. Molti francesi non hanno digerito che uno scrittore di genere abbia vinto un premio così prestigioso, lo stesso premio che vinse Proust.
«Il mio modo di raccontare è quello vicino al noir e questo è un romanzo storico scritto come un romanzo poliziesco.»
Il titolo, commovete e forte nella sua semplicità, nasce da una frase letta in una lettera che un giovane condannato a morte scrisse alla famiglia prima di essere fucilato.

Il resto del giorno.

Tutto il resto del giorno Mantova mi culla la voce di Marino Sinibaldi che sotto la tenda di Radio tre conduce Fahrenheit e accoglie tutti gli ospiti e gli scrittori del Festival. Sotto questo tendone sono passati in tanti, Fabio Geda, Annie Ernaux, Recalcati, Nori, per citarne alcuni. Ecco, così mi sembra di essere a casa.










Scusi, dov’è l’Ariston?

Alle diciassette si corre all’Ariston, Suad Amiri parla del suo ultimo libro Golda ha dormito qui – Feltrinelli.
Riporto quello che ha detto, perché mi sembra importante, e inutile ogni commento
«Ci sono voluti Sharon e mia suocera in casa, ovvero due occupazioni, perché io diventassi una scrittrice. Ero dislessica e forse per questo sono diventata prima architetto. Ma sentivo di avere delle storie di raccontare, ne sentivo l’urgenza. Ora sono scrittrice da dieci anni e c’è una somiglianza tra i due lavori, quello dell’architetto e quello della scrittrice. In entrambi i casi io faccio un lavoro di protezione e conservazione del  retaggio culturale del mio paese. Proteggo e conservo la mia cultura. La sovrapposizione e il risultato finale è ciò che ha fatto di me Suad. Ho scelto di scrivere delle persone in Palestina. Io cerco di scrivere della vita normale della vita dei palestinesi occupati. La mia scrittura è come la mia identità, fatta di strati diversi, come non ammette la politica. Si parla a vanvera di arabi e di Islam. La mia scrittura è tutta contro gli sterotipizzazione  mia e dei Palestinesi.»

E ancora:

«Molti mi chiedono perché uso questo registro umoristico. Perché altrimenti piangerei. Golda ha dormito qui è uno dei libri più difficili sul piano emotivo. Noi palestinesi abbiamo spesso parlato delle nostre terre e della perdita delle nostre terre. C’è una storia tremenda, la perdita delle proprie case con i pezzi della propria vita. C’è anche il dramma tremendo di passare davanti a Gerusalemme Ovest, dove vivevi, e dove ora vivono famiglie israeliane.» 

Racconta Suad Amiri di un architetto palestinese, Andoni, famoso e di successo, che studia e lavora all’estero, poi torna a casa dove lavora. Tornando scopre che un israeliano vive nella sua casa. Porta la questione in tribunale, assumendo l’avvocato israeliano Avraham Ronen. Vince la casa e ottiene lo sfratto dell’inquilino israeliano. Ma c’è un dettaglio. Secondo la legge israeliana i Palestinesi sono absentee e di conseguenza le loro case sono absentee property, così dice la legge israeliana, perciò anche chi vince la causa non può di fatto rientrare in possesso della propria casa. È una questione di status giuridico. Bisogna accettare questo boccone molto amaro da digerire.
Le case di molti amici le ho fotografate, racconta ancora Suad Amiri. Racconta di un uomo che viene cacciato dalla sua casa. La figlia, all’epoca aveva cinque anni e non si è mai dimenticata le lacrime sul viso del padre. Adesso questa figlia è una donna di cinquant’anni, amica di Suad, una donna che ogni settimana, il  sabato, va a rubare la frutta del giardino della casa che fu di suo padre. Ogni volta esce una donna israeliana che grida. Huda risponde, non faccio niente di male, raccolgo i frutti degli alberi piantati da mio padre. Ogni tanto la donna israeliana si spazientisce al punto da chiamare la polizia. Ogni tanto Huda viene arrestata. C’è il processo, la multa, una condanna. Ma lei continua. Organizza perfino dei tour di persone e le porta a vedere la sua casa e a raccontare loro la propria storia e la storia di quell’uomo che quarantacinque anni prima la dovette lasciare piangendo davanti a sua figlia Huda. Suad le chiede, ma non sei stanca? E la sua amica le risponde, sì, sono stanca, ma questa è la mia ossessione, l’occupazione è un’ossessione, e vanno di pari passo.

Scrive Suad Amiri nel suo bellissimo libro:

«Soprattutto devo mantenermi sana di mente con tutta la brutalità che ti circonda
Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo
Per venire a patti con ciò che ti è successo
Devo mettere al bando quella parte del mio cervello
Che ama la ragione, la logica e la giustizia
Palestina
Ci lascerai mai liberi?»
da Golda ha dormito qui


«Paese mio: stretto a me come la mia prigione»
Mahmoud Darwish

Ho cominciato con Borgna, martedì scorso.
Lascio Mantova con le parole, i sorrisi e gli occhi di Suad Amiri.

Ogni volta questo festival mi arricchisce, mi regala miracoli, sorprese, incontri inattesi, con libri e autori. E io rimango ogni volta con tante domande che vorrei fare.
Quest’anno raccoglievo parole ed emozioni per Stoleggendo. Ne ho riempito una grande borsa. Piano piano andrò a ricercarle, tutte. Al momento giusto spunteranno fuori e mi restituiranno, chissà, forse una risposta.

Stefano Piedimonte ha scritto qualche giorno fa che i libri vanno protetti. Sì, vanno protetti e portati in giro, tra la gente, e vanno raccontati perché anche i più giovani capiscano quanto leggere sia importante nella vita di ciascuno di noi, e del perché leggere ci aiuta a crescere, a capire, a diventare un po’ curiosi e a sentirci tutti un po’ meno soli.
Grazie Francesco Musolino, con @Stoleggendo l'hai pensata proprio bella.

Tutte le immagini sono scatti di Cristina Parodi, alla quale dico grazie.




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