giovedì 10 luglio 2014

Come fossi solo di Marco Magini Giunti editore. Diciannove anni fa a Srebenica





Nella mia libreria c’è un reparto ben fornito contro la guerra, che raccoglie opere e scritti di tutti quegli scrittori che l’hanno raccontata , perché l’hanno vissuta o perché hanno sentito la necessità di ragionare su questo sollecito apparato che l’uomo continua a organizzare, oppure per condividere e narrare la sua quotidianità, il dolore, la perdita, la violenza, la paura e il dopo. Tra i tanti Primo Levi, Beppe Fenoglio, Etty Hillesum, Marguerite Duras, Ingeborg Bachmann, Hannah Arendt, Rigoni Stern, Freud, Einstein, Terzani. 

Da oggi c’è un altro libro, quello di un giovane scrittore che si chiama Marco Magini e ha scritto Come fossi solo, pubblicato da Giunti, finalista al Premio Calvino 2013.
L’autore si è imbattuto nella Storia, quella con la esse maiuscola che, come fa dire a un suo personaggio «è piena di mostri e di eroi», e poi si è imbattuto nella storia piccola e umana, o disumana se volete, di un soldato di nome Dražen Erdemović, membro del decimo battaglione serbo, processato dal tribunale penale, l’unico che confessò e raccontò tutto quel che successe. Dražen Erdemović uccise settanta persone, eppure sembrava essere lì per caso, un giovane come tanti che pareva non avere nulla a che fare con quanto accadeva, ma che nonostante ciò assisteva a stupri e carneficine ed eseguiva gli ordini, prendendo parte al massacro che avvenne l’11 luglio del 1995 a Srebrenica.

Badate, leggere questo romanzo non sarà una passeggiata, vi lascerà sgomenti, è un pugno allo stomaco, commuove e strazia, perché si misura con la normalità dell’orrore. 
La storia è narrata dal punto di vista di tre  persone,  tre paia di occhi a cui Marco Magini affida tutto il dolore di un racconto complesso. 

«La guerra capovolge l’idea di felicità», dice Dražen, il soldato. 

«Mi stendo sulla branda e chiudo gli occhi. È passato più di un giorno dall’incidente. I carri armati sono ancora lì, immobili, nascosti adesso da una fitta nebbia alzatasi poche ore dopo l’attacco (…) Mi sorprendo ogni volta di come si creino nuovi equilibri: se non fosse per il brivido che mi corre ancora sulla schiena, l’attacco di ieri sarebbe poco più della rappresentazione delle nostre peggiori paure» questa è la voce di Dirk, olandese, casco blu, che non si capacita di quello che sta vivendo.

«Possono piccole debolezze, piccole manie individuali essere il motore di decisioni epocali? Piccole vicende che non entreranno mai nei diari ufficiali, nei manuali di storia. Circostanze insignificanti che accendono qualcosa d’irrazionale nella testa di una persona, un ricordo spiacevole, una fobia, un senso di inadeguatezza, tanto da cambiare una decisione.
(…)
A Srebrenica l’unico modo per rimanere innocenti era morire.» Scrive il giudice Romero Gonzáles in una lettera.

La prospettiva ci lascia interdetti. Quante sono state dunque le vittime? Non solo coloro che sono morti, ma anche chi anche marginalmente è stato macchiato per sempre, ha perso la propria innocenza, qualsiasi speranza o immagine di futuro. 

Non ci sono risposte, non c'è una spiegazione, se è questa che cercate non la troverete. Marco Magini non ne offre, e come potrebbe? Casomai cerca domande per sé e per il lettore, e si astiene dal giudizio. Solo i politici si addentrano nella liturgia delle certezze, dei vittoriosi e dei vinti, dei fatti e delle responsabilità, scivolando nelle semplificazioni. 
Leggete questo romanzo perché conserva la memoria di ciò che avvenne vent’anni fa non lontano dal nostro paese, come un fatto grave e inatteso che colpisce qualcuno che conosciamo appena e che tendiamo a dimenticare per non dolercene. 
Dimenticare, rifugiarsi nell’oblio è ciò che all’uomo riesce meglio, eppure ogni volta ripetiamo come sia importante fare i conti con il passato per crescere e per prendere atto che il pericolo che certi episodi inauditi si ripetano è costante, quando ci diciamo che invece no, certe cose non possono più succedere.

Marco Magini mi ha scritto che il suo intento è stato proprio quello di continuare a ricordare ciò che avvenne diciannove anni fa a Srebrenica. 

Una guerra, aggiungo, di cui l’Europa non si è mai presa le responsabilità che aveva. E che ha lasciato un paese in una situazione terribile.

Come fossi solo è adesso vicino al Diario di guerra di Ingeborg Bachmann, colei che scrisse, nel suo Letteratura come Utopia, del compito etico dello scrittore e del senso della scrittura come ricerca e  custodia della memoria. 
E così mi sono tornate alla mente le sue parole:
«Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nasconderne le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi.  E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi»

Marco Magini

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