giovedì 10 luglio 2014

11 luglio 1995. Srebrenica




Ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere Zjio Ribic, Rom bosniaco,  unico sopravvissuto della sua famiglia e del suo villaggio nella terribile Strage di Srebrenica. Zjio era un bambino di dieci anni. Vide arrivare i serbi. Vide stuprare e uccidere la madre e le sorelle. Vide massacrare suo padre e i suoi fratelli, gli amici, tutti. Si salvò solo perché finse di esser morto e quando scese la notte strisciò fuori dalla fossa comune, strisciò tra i cadaveri delle persone che aveva amato, scansandoli, e fuggì. Fu trovato, ferito e allo stremo delle forze, da due soldati, serbi anche loro, che lo nascosero e gli salvarono la vita. Fu condotto in un ospedale dove rimase per anni.
Oggi Zjio è un giovane uomo impegnato in un percorso di riconciliazione e di superamento dell’odio, porta in giro la propria testimonianza. 
L'ho conosciuto al Premio Internazionale Giorgetti che gli ha conferito una menzione speciale, e dove ho avuto modo di ascoltare la sua testimonianza. Mi ha raccontato di quello che ha fatto la guerra al suo paese e alla sua gente, e di quel che ha lasciato. Buona parte del territorio, pensate, è ancora infestato dalle mine. Mi ha raccontato la guerra. Quello che succede durante, che sembra un orribile e delirante incubo, e la realtà del dopo. 
Il dopo, quello, per chi è rimasto in vita, non passa mai.

Ma Zjio è l'esempio di chi non si è arreso, di chi lotta ogni giorno con coraggio, di chi racconta che coloro che gli hanno portato via tutto erano serbi, ma erano serbi anche coloro che gli hanno salvato la vita.
Questo è quello che Zjio va ripetendo. 
Una grande lezione.




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