martedì 25 febbraio 2014

Raggiungere l'ultimo uomo di Maria Pace Ottieri. Storia di un grande viaggio.




Pochi giorni fa, parlando con un amico, si discuteva del futuro dei giovani, della crescente voglia che hanno di muoversi da casa, di sperimentare, complice anche la  crisi, certo, ma contrariamente a quanto diceva il signor Elkann, pare che i giovani italiani desiderino aprirsi ad altre culture e patrimoni di conoscenze, o almeno sembra essere questa la nuova tendenza dei ventenni. Personalmente conosco molti ragazzi partiti per i luoghi più diversi per lavorare o, qualora sia possibile, per studiare. È un segno, qualcosa sta cambiando, si guarda al futuro con timore ma anche con curiosità. 

Mi parlava, il mio amico, di suo figlio. Mi spiegava che non ha le idee chiare su quello che farà nella vita, che avrebbe voglia di esplorare, di fare un viaggio, ma non sa da che parte cominciare. 
Allora mi è tornato alla mente un libro, che anni fa ho avuto la fortuna di leggere, e soprattutto ho ricordato quanto fossi felice di averne conosciuto l'autrice, Maria Pace Ottieri, con la quale avevo parlato a lungo di questa sua esperienza.

Il titolo del libro è "Raggiungere l’ultimo uomo", edito da Einaudi, ed è tratto da una frase  di Ghandi, che diceva che per salvare l’India era necessario smettere di progettare simboliche infrastrutture e basarsi solo su numeri e statistiche, ma raggiungere gli ultimi degli ultimi e lavorare insieme e in mezzo a loro. 

Ma chi è l’ultimo uomo? È il povero tra i poveri, colui che vive con meno di un dollaro al giorno, spesso un fuori casta, e in India ciò significa non avere alcun diritto, non potere neppure bere l’acqua nello stesso luogo dove la bevono gli altri. L’ultimo uomo è quello che fa chilometri per riuscire a raggiungerla l’acqua, colui che non ha mai posseduto un paio di scarpe, che non sa leggere o scrivere, che se si ammala non ha altre alternative se non quella di morire. È colui che vive nel “Bharat”, l’India delle campagne, alle spalle della quale si è arricchita l’India urbana. Se poi l’ultimo uomo è una donna, la situazione è ancora più disperata. 

Ho ritrovato questo libro, o meglio, il libro ha ritrovato me, e l’ho riletto. 

È un viaggio sorprendente quello che  Maria Pace Ottieri ha fatto, in una regione poverissima dell’India nord-occidentale, il Rajasthan, (regione assai più vasta di tutto il nostro territorio nazionale), in un villaggio a un paio di giorni di macchina da Jaipur, capitale della regione. 

In questo luogo sperduto, Tilonia, un uomo di nome Bunker Roy ha fondato il Social Work and Research Centre, detto Barefoot College (vi consiglio di farvi un giro sul loro interessante sito).

Barefoot significa “piedi scalzi”, e in questa Università che esiste dal 1971,  si può accedere solo così, senza scarpe e vivendo con meno di un dollaro al giorno.
Non ci sono caste, non si conosce il conto in banca della famiglia di appartenenza.  

La storia di Bunker Roy è affascinante. Un ragazzo che, negli anni sessanta, ha un luminoso futuro davanti a sé. Si è laureato in una delle migliori università indiane, proviene da una famiglia benestante di New Delhi. Ma durante una terribile siccità, Bunker si trova nelle campagne, dove vede morire di fame e di sete migliaia di poveri. Quelli che invece dalle campagne fuggono, andranno a condurre un’esistenza miserabile fatta di elemosina in città. Eppure in India i ricchi esistono, ma tutta quella povertà in fondo è un eccellente business per loro e per le grandi organizzazioni che pagano profumatamente impiegati, esperti, consulenti e specialisti di ogni sorta, i quali lavorano in comodi uffici in tutto il mondo, magari con l’aria condizionata e una brocca d’acqua sulla scrivania. E i poveri, che l’acqua non ce l’hanno, continuano a morire. Molti soldi vengono spesi nella costruzione di infrastrutture che non verranno mai utilizzate. 

Bunker Roy capisce che l’unica soluzione possibile è quella di aiutare la gente a uscire da quella condizione formandola sul campo, vivendo insieme a loro e come loro, aiutandola a rendersi consapevole, combattendo le caste e l’ignoranza. Le antiche tecniche di sopravvivenza di rabdomanti, aggiustaossa,  medici improvvisati e contadini esperti nel far sì che neppure una goccia d’acqua venga sprecata, diventano il punto di partenza. Bunker comincia a scavare i pozzi con gli abitanti del villaggio, a mani nude,  e in questo modo ha inizio l’avventura.

Tante sono le persone, uomini e donne, che si impegnano in questo progetto insieme a Bunker, un programma che ai più sembra essere pura follia, e che invece risulterà un successo senza precedenti. 

Rara redattrice di elementi storici, di episodi toccanti, di sentimenti e percorsi umani, Maria Pace Maria Pace incontra e parla con molte di queste persone, guidata prima da Bunker e poi dal prezioso Vasu ( il nome significa color amaranto in lingua kurta) l’uomo che ha una lista precisa di tutti coloro che hanno contribuito alla costruzione del Barefoot College.

Maria Pace incontra Aruna Roy, la moglie di Bunker. Era un funzionario nella  pubblica amministrazione di Delhi, dove ha imparato come la burocrazia opera e come, più spesso, fallisce nel suo operato. In questo modo Aruna capisce esattamente cosa non fare, nel lavorare alla costruzione di un nuovo progetto. Lavorerà invece dedicandosi all’aspetto politico, di informazione e di propaganda. Lavorerà, contribuendo a creare una consapevolezza, soprattutto tra e con le donne.
E poi c’è ancora Ramkaram e il suo corso di alfabetizzazione, e Briesh Gupta, il mago dei computer con Lalita, la prima donna, in tutta la regione, che ha imparato a usarli. E ancora Rukma, una donna combattiva che ricorda la prima volta che ha sentito nominare la parola hac, che significa diritto.

Quando ho letto questo libro la mia prima reazione è stata che questo viaggio in cui Maria Pace ci accompagnava aveva del miracoloso, e invece non è così. Ci racconta come la realizzazione di un’utopia è possibile. Con la volontà. Con questo avvincente viaggio Maria Pace Ottieri ci fa capire che il senso del nostro vivere è proprio quello di rendere la vita umana, dignitosa e possibile per tutti e che se c’è la volontà di farlo, ciò è realizzabile. Un libro importante, uno di quelli necessari, una grande finestra su un mondo possibile. 
E con la determinazione a non lasciarsi sconfiggere dalla paura, ma lasciarsi andare alla magia del percorso di identificazione con l’altro, faticosa, dolorosa a volte, a volte invece è sorprendente.
Una volta, una scrittrice che amo, Clara Sereni, disse:  “Non mi piacciono tanto i sogni. Preferisco pensare alle Utopie, perché penso che di quelle si abbia ancora tanto bisogno.”
Ecco, Maria Pace ci racconta che è vero, che si può.

Al figlio del mio amico, poi, ho spedito questo libro. 
Cercatelo e leggetelo.

Maria Pace Ottieri


Maria Pace Ottieri (Milano, 1953) è una scrittrice italiana. Figlia di Ottiero Ottieri e di Silvana Mauri, nonché nipote di Valentino Bompiani, è una scrittrice e giornalista milanese, dove vive e lavora collaborando con diverse testate giornalistiche, fra cui l'Unità e La Stampa.[1] Quale scrittrice, si distingue per il carattere antropologico della sua lirica; del padre, ha scritto una biografia. Con la prima delle sue opere, Amore nero, ha vinto il Premio Viareggio Opera prima nel 1984, mentre dal suo Quando sei nato non puoi più nasconderti, il regista Marco Tullio Giordana, ne ha tratto un film che racconta il dramma dell'immigrazione, premiato con il Nastro d'Argento per l'anno 2005, alla produzione.
Ha scritto:
Amore nero, 1984, Arnoldo Mondadori Editore
Stranieri Un atlante di voci, 1997, Rizzoli
Quando sei nato non puoi più nasconderti, 2003, Nottetempo
Abbandonami, 2004, Nottetempo
Ricchi tra i poveri, 2006, Longanesi
Raggiungere l'ultimo uomo, 2008, Einaudi, gli Struzzi
Promettimi di non morire, con Carol Gaiser, 2013, Nottetempo


Bunker Roy

Aruna Roy

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