lunedì 10 febbraio 2014

Il fuoco di Jeanne, Guanda editore. La grazia della scrittura di Marta Morazzoni



È uscito da circa un mese, in libreria, Il fuoco di Jeanne, edito da Guanda e scritto da Marta Morazzoni.

È questa la storia di  Jeanne d’Arc, della sua leggenda e del mito di cui si è servita la Francia prima, quando ancora la pulzella era una giovane animata da passione e fuoco sacro, e dopo, quando la leggenda ha continuato a esistere negli anni e a mantenere vitale un periodo, quello della Guerra dei Cent’anni, che di vitale aveva ben poco, ma che portò distruzione, miseria e odore di morte. Ma non è solo la sua storia, è anche quella di molti altri personaggi che ruotano nella vita della Francia di quegli anni. 
Quella di un re, Carlo di Valois, uomo schivo e timoroso con ragione di esserlo, il cui potere faceva acqua da tutte le parti, che un giorno rimase intrappolato nella leggenda di un miracolo: l’undici ottobre del 1422, alla Rochelle, durante  una riunione con tutti i suoi dignitari, a un tratto il pavimento intorno a lui si aprì e sprofondò, portando con sé uomini e mobili. Carlo di Valois rimase lì, aggrappato al suo trono e illeso, ma non meno sconvolto da ciò che la vita andava offrendogli. È anche la storia di Pierre Cauchon, vescovo francese, forte sostenitore degli interessi politici inglesi, “l’uomo dal nome maledetto, un uomo specchio, che non esisterebbe se non per essere il riflesso della sua vittima”, appunto Jeanne d’Arc. Ed è anche il ricordo di tutti quegli uomini che seguirono la pulzella nelle sue gesta, i coraggiosi capitani come il Bastardo d'Orléans o il giovane duca Giovanni II d'Alençon, Étienne de Vignolles, detto "La Hire", Gilles de Rais, Poton de Xaintralles, Dunois. E ancora della abile regina Margherita, o di Jolanda d’Aragona, anima segreta della Guerra dei Cent’anni,  e di tutti coloro che mossero le pedine del potere, infido e devastante.

È un libro, questo, che narra di un  mistero mai svelato, la vicenda di una donna che fu vittima della Francia e di Dio, sia da viva che da morta, perché ancora due sono le Jeanne d’Arc di cui sapere: una è la giovane pastorella di Domrèmy morta sul rogo, l’altra la principessa d’Orleans, Jeanne d’Armoise, fatta fuggire e protetta dal suo stesso inquisitore. La prima  versione è quella cristiana e mitologica, che racconta di una giovane donna che sentiva delle voci di cui si fece fervente ambasciatrice, con la missione di restituire un re al suo paese, e per questo morì sul rogo, come una santa, come una vera martire. La seconda versione è più laica e molto meno romantica, e racconta di una donna, una principessa d’Orleans, che fu prigioniera di riguardo, e che visse con il marito Robert d’Armoise e con lui sepolta, molti anni più tardi .

Non solo la cronaca di avvenimenti e la narrazione delle vite di esseri umani arricchiscono Il fuoco di Jeanne. L'arte diventa interprete e protagonista con grandi maestri come Jean Foquet, Jean Jacques Scherrer  o Pierre de Luxemburg, pittori che hanno potuto restituirci momenti di storia intensi in tutta la loro drammaticità. E sarà proprio uno di loro a suggerire all’autrice il difficile viaggio verso Jeanne. Ecco che il viaggio diventa  un percorso personale, alla ricerca dei luoghi e dell’umanizzazione di protagonisti della Storia, che sono stati donne e uomini in carne e ossa, che hanno sofferto ed esultato, che hanno vinto e perso la loro scommessa con il destino. Ci sono colori e atmosfere del nord della Francia, che si confondono con racconti popolari e leggende, di cui quella terra sembra aver bisogno. Un viaggio, questo, denso di sorprese, con l’illusione di avvicinare un fenomeno che non ha spiegazioni, un viaggio che comincia senza una meta precisa e senza alcuna certezza, ma che diventa fondamentale per capire il motivo per cui gli uomini le seguono, le illusioni.

A un certo punto un’amica, forse curiosa, forse perfino vagamente preoccupata come sanno essere le amiche,  le domanda: 

“Ma cos’hai da spartire con Jeanne d’Arc?
Niente, le risposi, se non per antitesi: non ho una fede certa, non vivo nemmeno un’appartenenza così profonda al mio paese, l’idea della patria mi sfiora appena, mi ci riconosco solo per la lingua che parlo. Non sento voci, nemmeno quelle che si chiamano in gergo letterario ispirazione. E forse, dissi alla mia amica, a lei sono arrivata proprio attraverso uno di questi silenzi”
Nel racconto di un’esperienza, un incidente nel buio, Marta Morazzoni spiega come trovò la spinta a continuare su quella strada.

E in questo scoprire luoghi e protagonisti del passato, che ci appaiono talora in una luce diversa, o almeno sotto diversi aspetti, ombre e luci, c’è la Morazzoni  che conoscevo attraverso i suoi romanzi, la grazia della scrittura che svela umane debolezze e virtù dei dettagli e delle consuetudini, e con empatia, mai con distaccata ironia, ma sempre con il suo sottile umorismo, ci mostra i volti e l’incedere di chi incontra, come il tale sulla porta della chiesa di Pulligny sur Madon, che fumando e con l’aria di un attore consumato recita il suo copione, narrando di una lapide scomparsa. Indimenticabili sono le pagine della visita alla Bibliothéque Nationale di Parigi, visita che val bene una messa quanto la città che la ospita, così come il serio bibliotecario.

Certi libri sono dei doni, perché ci indicano direzioni, ci stimolano la curiosità e ci ricordano quanto sia importante perdersi nei meandri della Storia e anche fantasticare, analizzare e seguire la dimensione mitologica, ma sempre tenendo presente che la nostra è una ricerca continua, che forse non avremo mai le risposte che cerchiamo e che mai si può peccare di approssimazione, perché, come ci ricorda  Marta Morazzoni, 
“La storia non è abitabile. Lei sta al suo posto e noi al nostro.”


Dal 1986 inizia la collaborazione con la casa editrice Longanesi e l'editore Mario Spagnol che vede già dagli albori un grande successo con la pubblicazione de “La ragazza col turbante”, poi tradotto in nove lingue. Nonostante questi rapporti editoriali la Morazzoni non considera la scrittura come realtà professionale, bensì come il suo azzardo alla vita esente da pressioni o vincoli. Analogo successo riscuotono anche i successivi lavori: nel 1988 "L'invenzione della verità" (Premio Campiello), nel 1992 "Casa materna" (Premio selezione Campiello), nel 1997 "Il caso Courrier" (Premio Campiello).
Ha scritto inoltre:
2005 - Un incontro inatteso per il consigliere Goethe, Longanesi
2006 - La città del desiderio, Amsterdam, Guanda
2008 - Trentasette libri e un cane, Filema
2010 - La nota segreta, Longanesi

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