lunedì 17 febbraio 2014

Il dolore di Marguerite Duras. Le pagine della vita e della guerra.





Non ricordava di averli scritti.
Molti anni dopo, Marguerite Duras ritrova due quaderni, due diari, negli armadi della sua casa di Neauphle-le-Château. Li trova dopo essere diventata famosa con il suo infaticabile lavoro di scrittrice e sceneggiatrice, li trovo dopo una vita intensa vissuta sempre con grande passione e coraggio, li trova dopo essere stata tradotta in molte lingue per il romanzo che la rese famosa in tutto il mondo, che divenne un film di cassetta per cui anche chi non aveva letto il libro, sapeva chi  fosse l’autrice del romanzo, poiché la storia era in gran parte autobiografica.
Marguerite Duras, nata come Marguerite Germaine Marie Donnadieu, dopo tutto questo lavorare e viaggiare, trova i suoi vecchi quaderni in un momento in cui si ferma e torna nella sua casa, quella in cui, anni più tardi, si fermerà per isolarsi definitivamente fino alla fine dei suoi giorni. Torna nella sua casa per riposare, per riprendersi il tempo che le sfugge, perché ha bisogno di silenzio, di disintossicarsi dal rumore e dalle voci e dai troppi volti, perché  ha necessità di farlo. C’è qualcosa che la chiama. Sono i suoi diari, i ricordi della sua vita durante la guerra, delle parole scambiate o negate con persone incontrate e conosciute tanti anni prima, quelle persone la stanno aspettando. Lei non ricorda neppure di averli scritti, quei brani così densi di avvenimenti.

“So che è opera mia, sono stata io a scriverlo, riconosco la calligrafia e i particolari del racconto, rivedo il luogo, la stazione d’Orsay, gli spostamenti, ma non mi vedo nell’atto di scrivere questo Diario. Quando posso averlo scritto, in che anno, a che ora del giorno, in quale casa? Non lo so più.”

Quando cominciò a rileggerlo si spaventò. È impressionante come il nostro cuore e la nostra testa possano tanto a lungo nascondere a noi stessi ricordi dolorosi, per noi difficili da accettare. Meglio lasciarli là dove sono, fino a quando non saremo pronti per ritrovare dei quaderni, togliere la polvere, sfogliarli e leggerli increduli e stremati, proprio come ha fatto per anni Marguerite Duras. 
Quando si è sentita pronta li ha consegnati all'amico ed editore Paul Otchakovsky-Laurens, che  aveva da poco fondato la  P.O.L. éditeur (1983). In Francia è uscito nel 1985 e nello stesso anno in Italia, con l'editore Feltrinelli e grazie alla generosa traduzione di Giovanni Mariotti e Laura Guarino, sono arrivati a noi.

“Imparate a leggere, sono testi sacri”

Si comincia con  Il dolore (La douleur) e  altri tre racconti straordinari, che svelano personaggi autentici, uomini e donne violentati dalla guerra che nulla risparmia. Sono racconti di vita vissuta, che narrano la resistenza, la paura e il pericolo, il tradimento e le sfumature della morte: Il signor X detto qui Pierre Rabier (tit. orig. Monsieur X, dit ici Pierre Rabier), racconta di un uomo della Gestapo conosciuto dall'autrice, e poi ancora Albert de Capitales e  Il miliziano Ter (tit. orig. Ter le milicien).

Il dolore è un romanzo breve, intenso e perfetto. Narra l’interminabile e straziante attesa, quella di Robert, il marito, che è stato fatto prigioniero e portato a Dachau. Ogni giorno Marguerite Duras lo cerca, cerca il suo nome, una notizia, anche solo per sentito dire, nelle voci e nei volti di coloro che tornano dalla Germania. Ogni giorno lotta con se stessa per non lasciarsi andare a un’angoscia più grande delle sue forze, per non abbandonarsi all’inedia, per continuare a lavorare e a sperare. Una sospensione della vita: code interminabili, chilometri di strada avanti e indietro, stanchezza e pesantezza. Il dolore la invade e lei lo porta con sé ovunque vada, lo trascina come un’enorme zavorra, lei così gracile, consumata e smagrita, torna ogni mattina a cercare, non sapendo che il dolore arriva anche sotto altre sembianze, anche quando poco prima si è travestito di gioia e speranza. 
Quando ho finito di leggerlo  mi sono sentita scossa,  senza pelle e con il cuore in gola. La sua scrittura questo fa,  ti trascina laddove lei vive la sua storia, e il suo modo di raccontare i fatti con precisa e dettagliata accuratezza, in totale straniamento, lasciano senza fiato.
Curioso che io l’abbia tenuta come ultima lettura di tutti i suoi scritti, del resto anche Marguerite Duras  lo ha consegnato a noi lettori dopo tutti gli altri.   
“Il dolore è fra le cose più importanti della mia vita. Mi sono trovata davanti a un formidabile disordine del pensiero e del sentimento che non ho osato toccare”

Solo dopo aver letto questo libro mi è parso di averla conosciuta davvero, questa scrittrice che amo tanto, di aver capito all'improvviso e fino in fondo il significato intimo e recondito della sua opera, della sua ricerca della memoria e del senso della sofferenza. Mi sono tornati alla mente i dialoghi del film di Resnais, da lei scritto e sceneggiato, Hiroshima mon amour. Ho ritrovato preciso e puntuale il senso del dolore che tormenta e che fa crescere, di ciò che bisogna saper accettare e ridimensionare, per continuare a vivere. E ho ripensato ancora una volta a quello che fa la guerra agli uomini e alle donne che la abitano. Perché la guerra è questo, è dolore puro e lancinante per molto, troppo tempo. 
Anche quando è finita, non è finita mai.

“Grida soffocate nella scala, agitazione in tutto il caseggiato, scalpiccii. Poi porte che sbattevano, grida. Era lui. Erano loro che tornavano dalla Germania. Non ho potuto farne a meno. Sono scesa di corsa, sono scappata nella strada. Beauchamp e D. lo reggevano per le ascelle. Erano fermi sul primo pianerottolo. Lui, aveva gli occhi alzati.
Ora non so più esattamente. Ho dovuto guardarmi, riconoscermi, sorridermi. Ho urlato di no, non volevo vedere. Sono tornata indietro, ho risalito la scala. Urlavo, di questo mi ricordo. La guerra mi usciva fuori con queste urla. Sei anni senza gridare. Mi sono ritrovata in una casa di vicini. Mi costringevano a bere del rum, me lo versavano dentro la bocca. Dentro le grida.”

Marguerite Duras


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