lunedì 11 novembre 2013

Ingeborg Bachmann. Letteratura come Utopia. Del futuro, della lettura, dell'entusiasmo per la pagina bianca.






A proposito di Libredine, come malattia e cura.
Secondo me certe letture, come Manzoni o come Joyce, per fare un esempio, ti creano degli anticorpi, proteine che ti danno la forza di combattere le brutture di ogni specie e virus, che ti fanno crescere in discreta salute mentale e spirituale. Ecco, anche io oggi ho sentito il bisogno di cercare tra i miei libri un testo che anni fa avevo letto e amato, uno di quelli che mi avevano fatto sentire meglio.

Si tratta "Letteratura come utopia" - Lezioni di Francoforte, di Ingeborg Bachmann, che Adelphi ha raccolto in un libro uscito per la prima volta in Italia nel Marzo 1993. Sono quattro conferenze della scrittrice presso la Johann Wolfgang Goethe Universität, Frankfurt am Main, fatte nell'inverno 1959-1960.

Rileggendo l'ultima, una delle riflessioni più interessanti, provocatorie e intelligenti in cui io mia sia mai imbattuta -  quella registrata il 24 febbraio 1960 -, mi rendo conto quanto quelle parole siano preziose per riflettere su saggi o critiche letterarie o riflessioni che vado leggendo spesso e che di letteratura trattano, o di scrittura o di scrittori o di come diventarlo e così via.

Signore e signori, non è trascorso molto tempo da quando io stessa stavo seduta in un’aula sopra una panca, certo non per ascoltare discorsi sulla letteratura e quel poco che incidentalmente a tratti ne udivo, non ha fatto che accrescere in quel tempo la mia ripugnanza: in un tempo, si badi, in cui lo scrivere, per una persona giovane che scrive e che non vuol fare altro che scrivere, stava già da un pezzo al centro d’ogni pensiero e speranza. L’avversione contro la letteratura, quale è trattata dalla scienza, sarà magari stata una stoltezza fra le altre. Che per uno scrittore gli studi di letteratura  non sia né necessari né rilevanti è cosa ben nota, come è noto che i commercianti e vagabondi, medici e galeotti, ingegneri, dandy, giornalisti e perfino alcuni professori hanno raggiunto una certa fama come scrittori.

Ecco, comincia con uno schiaffo agli scienziati della letteratura, la lezione della Bachmann, e continua, rammentando anche quanto spesso gli scrittori si definiscano tali con troppa convinzione e talora in discutibile e personalissima maniera, e perfino quanto alcuni di essi si mobilitino per render noti e svelare le segrete cose della loro fucina

Problemi di poetica contemporanea, con queste riassume la questione Ingeborg Bachmann, e ci domanda quanto valga la pena soffermarsi o meno su interpretazioni, salvagente belli e pronti come  etichette, istruzioni e cognizioni specialistiche di vario tipo. Poi, a un certo punto, davanti alla parola esperienza, si ferma.

Eppure l'esperienza è l'unica maestra. Per limitata che sia, essa non offrirà forse minore consiglio di un sapere che passa per tante mani (...).

Già nella prima delle lezioni incontriamo questa parola vicino alla più grave delle domande: perché mai un tale si definisce scrittore? Qual è la giustificazione della sua esistenza?
Citando i molti travagli e sofferenze e  turbamenti di grandi come Tolstoj o Gogol' o Kleist, muovendosi dai quaderni di Malter Brigge di Rilke ai racconti di Robert Musil, Ingeborg Bachmann parla del senso di progettare una nuova possibile etica,  un pensiero nuovo, il cui impulso altro non nasce se non dalla lettura dell'esperienza dei grandi scrittori, che a loro volta altro non fecero che affidarsi all'esperienza di grandi come Joyce o Musil o Kafka o Proust, elaborando ciò di cui hanno letto.

Gli stessi Joyce e Kafka si sono messi nelle mani di chi venne prima, leggendo e studiando per cercare una strada, nuove vie da esplorare, nuovi linguaggi da collaudare, che non avessero a che fare solo con una ricerca di puro interesse estetico ma che fossero una sapiente indagine della realtà,  una sua comprensione per arrivare a raccontarla e a testimoniarla.  E così altri scrittori lo stesso fecero in seguito. 

[Tra i tanti autori, a proposito di esperimento e linguaggio e ricerca/narrazione della realtà sociale - perdonate la parentesi  -, mi viene in mente "Vogliamo tutto" di Nanni Ballestrini, ma ve ne parlo un'altra volta.]

Questo è, per Ingeborg Bachmann, uno dei tanti e probabili sensi della scrittura, una della intuizioni o dei significati che l'uomo può cercarvi.

Però è anche vero che spesso autori come Goethe o Schiller sono stati amati e disprezzati, le opere dei Maestri sono svalutate e rivalutate in seguito come spesso succede nelle più incredibili oscillazioni del mercato. 

L'entusiasmo che proviamo per una parte della letteratura implica un rifiuto del resto, e noi manteniamo viva la letteratura grazie a questa ingiustizia, orientandola verso un polo ideale.

Del resto non è possibile un giudizio obiettivo ma solo un giudizio vivo, perché la letteratura è movimento, il linguaggio e la comunicazione lo sono, e i successi e gli insuccessi di varie opere possono essere lo specchio di quello che  siamo e non siamo, della nostra storia e della nostra elaborazione della storia. Tutte le discipline si avventano sulla letteratura, dalla psichiatria alla filosofia, dalla storia all'arte. La letteratura ci offre questa possibilità. Quella di trovare una via per conoscere. 
La letteratura è il nostro specchio e noi siamo lo specchio della letteratura. 

Ma la letteratura sfugge sempre fatalmente a chi tenta di studiarla. Quella contemporanea è difficile da analizzare, il tempo e l'esperienza sono in questo caso ovviamente un ostacolo. Su quella del passato si possono osare dei ragionamenti, mai scontati, e anche se l'estetica può venire in nostro aiuto a definire il bello e il brutto, il sublime e l'imperfetto, non è mai facile.

La letteratura non ha bisogno di un Pantheon, non s'intende di morte, cielo e redenzione, essa conosce soltanto il proprio intento fortissimo di influenzare ogni presente, quello attuale o quello prossimo venturo.

La letteratura sfugge, corre ed è la nostra speranza nel futuro, il nostro desiderio e la nostra meta, seppur vaga, di fermare qualcosa, ma è comunque qualcosa che ci spinge a continuare a camminare e a capire che il nostro entusiasmo per certi testi straordinari è, in realtà, l'entusiasmo per la pagina bianca, non scritta, sulla quale sembrano fissarsi altresì le future conquiste.
(..)
L'importante è continuare a scrivere.
Certo, continueremo a tormentarci con il termine "letteratura" e con la letteratura stessa, con quello che essa è e con quello che noi crediamo che sia, e spesso proveremo ancora un grande fastidio per l'inaffidabilità dei nostri strumenti critici dalle cui rette la letteratura continuerà a sfuggire. Ma di questo dobbiamo rallegrarci, perché se ci sfugge è per amor nostro. (...) 

E le ultime parole della sua ultima lezione sono queste:

Permettetemi quindi di concludere con la parola di un poeta, che mi sembra cogliere perfettamente quello che qui ho tentato di dire. La parola del  poeta francese René Char:
“A ogni cedimento delle prove, il poeta risponde con una salva di avvenire”.

Fatevi un favore.
Leggetelo.


Ingeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 - Roma 1973)


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