mercoledì 21 agosto 2013

Pubblicato su Il Fatto di lunedì 19 agosto 2013

La foto è dell'amica e scrittrice Ester Armanino. Grazie Ester!

Luoghi comuni di una notte d’agosto

Claudia Priano

Non ci sono più le stagioni di una volta. Il barista l’aveva ripetuto almeno due o tre volte  asciugandosi il sudore con lo stesso strofinaccio con cui puliva il bancone del bar, la macchina del caffè, i tavolini macchiati. Forse ci asciugava anche i bicchieri e le tazzine, si disse Mara, fermandosi con il bicchiere a mezz’aria, non ci aveva mai pensato.
Vuoi altra acqua?, gli chiese il barista. No, grazie, fece lei e posò il bicchiere sul bancone, lontano da sé. Contò le monete e le appoggiò vicino alla cassa. Il barista cominciò le sue battute di commiato, lei sapeva precisamente quali sarebbero state. Sei di notte, vero?, e Mara annuiva,  hai sentito che caldo? siamo a trentadue gradi e sono le sette di sera, che io lo chiuderei il bar ché qui non si respira, ma che ci vado a fare a casa solo come un cane?, e Mara annuiva, che poi con questo caldo ce ne avrete da fare, e lei annuiva ancora, oggi ho visto due che si picchiavano qui davanti, sissignora proprio lì, due incravattati, parevano così per bene, magari due avvocati, per dire, e insomma se le davano di santa ragione e poi sono arrivati i tuoi colleghi e se li sono portati, ma dico io, bisogna essere proprio scemi a menarsi davanti alla questura, oppure deve essere il caldo che fa perdere la testa, perché per essere caldo è caldo, ma si sa, non ci sono più le stagioni di una volta.
Ciao Armando.

La incontrò davanti alla macchina del caffè, non  aveva nessuna voglia di fermarsi e  ripetere i soliti discorsi, ma ormai era tardi, lei l’aveva vista, l’aveva presa per mano e la stava dirigendo verso le panche nel corridoio.
Allora raccontami.
Cominciava così ogni volta, come volesse sapere dell’ultima puntata di una soap opera. Si sedeva attenta e sorridente e sparava domande una dietro l’altra, quando l’hai visto, l’hai chiamato tu o ti ha chiamato lui, di che umore eri, guarda che l’umore è importante, sai come sono fatti gli uomini.
Mara rispondeva laconicamente, cominciava con la sinossi di brevi incontri, che lei gli aveva detto basta, che lui le aveva giurato che sì, avrebbe parlato alla moglie.
E quando?
Dopo le vacanze.
Ma è come l’anno scorso.
Te l’ho detto che non c’era niente di nuovo.
Che noia.
Rimasero un momento in silenzio per congedare la delusione della collega astante che con un gesto della mano e del capo si scrollava di dosso la tediosa quotidianità dell’amica per immergersi nella propria e cominciava a parlare del marito e di sua suocera, che non so se te l’ho detto ci ha comprato la macchina nuova, nonostante quella pettegola di mia cognata che non si fa mai i fatti suoi, e i ragazzi vedessi come sono contenti, ci andiamo in Sardegna con la macchina nuova, la settimana prossima partiamo, un villaggio che è una meraviglia, quelli con la formula all inclusive, sai cosa vuol dire all inclusive vero?, si mangia e si beve fino allo sfinimento, potresti venire anche tu, e non dire sempre di no, guarda che ci sono un sacco di bei ragazzi, e suvvia che chiodo schiaccia chiodo, e via, non fare così, già te ne vai, sei sempre la solita, resta nel tuo silenzio, ma gli anni passano mia cara, a cosa vuoi che servano le amiche, a dire le cose come stanno e comunque se ci ripensi dimmelo, che poi qui fa troppo caldo, ma del resto tutto cambia e il passato non torna più.

Mara sedette alla postazione, accese il monitor e rimase in silenzio. Intorno a lei un vociare continuo, porte sbattute, ordini gridati, risate, saluti. Mara chiuse gli occhi, si sentiva stranamente stanca quella sera, più del solito, era stata tentata di telefonare per farsi sostituire ma aveva pensato che rimanere a casa sarebbe stato peggio. Indossò le cuffie, ma non accese l’audio, non subito. Pensò alle parole. Pensò a quante parole una persona può dire in un giorno, in una sera, in una notte, quante in una vita. Si chiese quante di quelle parole pronunciate servissero realmente a qualcosa.
Allungò la mano sulla tastiera e premette.
Centotredicipronto.

Gran parte della notte filò liscia, un paio di ubriachi, un’overdose, una rissa tra vicini, una in discoteca, una tentata rapina a un tabacchino sventata dallo stesso, due segnalazioni di furti, un uomo accoltellato in una sala giochi, un cassonetto della spazzatura bruciato.  Nelle pause Mara aveva bevuto un litro d’acqua, era andata in bagno due volte, si era tagliata un’unghia che si era rotta aprendo l’armadietto, aveva preso un caffè, mangiato un cornetto panna e cioccolato, chiesto notizie del figlio più piccolo di un collega ricoverato per un nefroblastoma, ascoltato gli esiti degli ultimi esami, consolato il collega dicendogli che oggi l’oncologia fa miracoli, lasciato il suo pacchetto di fazzoletti di carta all’uomo, fumate tre sigarette di fila nel patio.

Centotredicipronto.
Una donna mi vuole uccidere.
Stia calma signora, mi dica da dove chiama.
Temo che possa risultarle grottesco.
La voce della donna era calma, o almeno così sembrava. Mara si domandò se fosse lucida, ma le parve di sì. La donna le spiegò con chiarezza che non correva un pericolo immediato, per questo non voleva dirle dove fosse, ma che voleva parlare con qualcuno e valutare se chiedere un aiuto concreto. Poi le chiese se avesse capito la situazione.
Mara disse, credo di sì.
Bene, fece lei, perché non sempre le persone capiscono, ma soprattutto non ascoltano. Le è mai successo?
Credo di sì, ripeté Mara, il suo nome signora?
Il mio nome, il mio nome, sarà mica così importante, fece la donna, comunque glielo voglio dire, aggiunse, mi chiamo Ines, questo è il mio nome, il mio cognome magari glielo dico dopo, quando saremo più intime, così disse la donna e scoppiò a ridere. Mara chiese alla donna se avesse bevuto.
Bevuto io? Sono astemia, rispose quella, e le anticipo che non prendo nessun genere di pastiglie, anche se il mio medico mi prescrive tranquillanti o psicofarmaci come aspirine, e sa cosa ne faccio io di tutte quelle ricette?, le uso come segnalibro, e lei cara, lei ne legge libri?, a proposito, lei come si chiama cara?
Mara fece un sospiro, poi disse, signora, questo è un numero per le emergenze, le telefonate sono registrate, qui non si fanno chiacchierate, così disse, poi si fermò e rimase in apnea, si accorse che aveva parlato con lo stesso tono freddo e respingente di sua madre quelle rare volte in cui si sentivano. Si accorse di essere stata inadeguata, si accorse di aver sbagliato.
Mi scusi, disse, signora è sempre lì? Pronto?
Sono qui, disse la donna, sono qui.
Signora, mi dica come la posso aiutare.
Lei aiutare me? Non credo proprio che potrebbe.
E riattaccò.

La notte continuò come era cominciata, eppure Mara si trovò a nuotare in uno stato di angoscia dal quale non riusciva a riemergere. Chissà chi era quella donna, cosa voleva dirle, era stata chiara, le aveva detto di essere in pericolo e lei aveva colto un’urgenza in quella voce tranquilla, ma non aveva seguito la procedura, si era fatta prendere dalla stanchezza, dalle sue inquietudini, dal tempo che a volte non passava o passava troppo in fretta. Forse era una matta, forse solo una rompiscatole, e allora peggio per lei. Poteva richiamarla, aveva il numero del cellulare, ma c’erano altre telefonate, altra gente che aveva bisogno.
Centotredicipronto.

Mara aveva staccato la cuffia, aveva bevuto un sorso d’acqua dalla bottiglietta e guardato l’ora. Tra poco è finita, si era detta.
A un tratto un collega si era alzato in piedi in mezzo alla sala, qui c’è una signora che dice di avere parlato con una di voi, gridava, una signora che ha raccontato di usare ricette come segnalibri.
Ha parlato con me, passamela!, Mara era scattata in piedi.

Pronto, Ines, il mio nome è Mara.
Buongiorno Mara, ormai possiamo dirci buongiorno. Mi aiuti, per favore.
Certo che l’aiuto. Mi dica cosa le è successo.
Sono chiusa da sei ore in un ascensore, tra il quinto e il sesto piano del palazzo dove abito e dove, a parte un paio di vecchi come me, in questi giorni non c’è nessun altro, e anche il portiere è in vacanza nei fine settimana.
Mi dia l’indirizzo, le mando una pattuglia.
Mara, non la voglio la pattuglia. Si tratta solo di entrare nel portone, rotto da giorni, che si apre con una spallata, il quattordici di agosto nessuno può venire a ripararlo. E l’ascensore, invece, questo è rotto da mesi. È un difetto che ha. Basta chiamarlo da un qualsiasi piano, e riparte.
Ma la procedura vorrebbe che io le mandassi una pattuglia.
Lasci stare la procedura. Sarebbe meglio degli amici, ma sono tutti via. Sarebbe meglio un marito, ma è morto sei mesi fa. Anche i miei figli vivono lontano.
Forse è meglio che le mandi un’ambulanza.
Io sto bene, adesso. Ieri sera non stavo bene, ma ora sì. Perciò le chiedo, se non è troppo disturbo, di risparmiarmi l’umiliazione di atletici giovanotti che aiutano una vecchia sudata e stanca che si è pisciata e cacata addosso. Mi sono spiegata?
Sì, ho capito. Va bene, vengo.
Grazie.
Ce la fa a resistere venti minuti?
Certo, la aspetto. Le do l’indirizzo, e il mio cellulare è ancora carico, stia tranquilla.
Ma lei mi ha parlato di una donna che voleva ucciderla.
Lasci perdere, sono solo una vecchia rompiscatole che ama i coup de théâtre. Sa com’è, odio il cliché della vecchia sola e triste nella città vuota a Ferragosto, e invece ci sono immersa fino al collo, sono io stessa un monumento a un luogo comune.


Mezz’ora dopo, sul pianerottolo le due donne si erano strette la mano. Ines aveva detto, lo vede, sto bene?, ho solo bisogno di una doccia e subito dopo quello di sdebitarmi con lei. Lo vuole un buon caffè, per cominciare? Mara aveva tirato fuori dalla borsa un pacchetto e sorridendo le aveva detto, qui ci sono dei croissant.
Allora sarà una fantastica colazione, venga, scendiamo di due piani, io sto al terzo.
Mara l’aveva seguita, poi a un tratto si era fermata.

Ines?
Sì?
Se lei abita al terzo piano, cosa ci faceva nell’ascensore tra il quinto e il sesto?

Ines abbassò lo sguardo. Ieri sera volevo guardare la città dalla terrazza, disse, poi l’ascensore si è fermato.
Ho capito, disse Mara.
Bene, sorrise Ines.

Le due donne si guardarono negli occhi a lungo, poi presero a scendere le scale.


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