martedì 13 agosto 2013

Diario immaginario di Elsa Antonioli, pubblicato il 18 febbraio 2013 su Il Fatto quotidiano




Era febbraio quando Ferruccio Sansa mi chiedeva di scrivere un pezzo per la rubrica del lunedì, "Diario immaginario di..." per Il Fatto Quotidiano. Non sapevo che pesci prendere, quando lui mi propose di immaginare qualcuno che non fosse un personaggio troppo famoso, ma noto solo indirettamente.
Mi venne in mente la moglie di uno degli uomini politici più citato dai media in quei giorni, una donna schiva e riservata tanto da riuscirmi simpatica. 
Si trattava di Elsa Antonioli, la moglie di Monti. 
Era il 18 febbraio. Allora l'avevo immaginata così. 
Oggi sarebbe un'altra storia.

da il Fatto Quotidiano 18 febbraio 2013

Diario immaginario di Elsa Antonioli

Credo sia l’alba. Tu dormi accanto a me, respiro quieto e regolare.
Mi alzo, infilo la vestaglia e vado in cucina. Le sei meno dieci. Prendo il quaderno e la penna che mi ha regalato mia nipote un giorno di un mio compleanno, ricordo che quando me la consegnò assunse un’aria seria e disse, nonna, magari un giorno ci scriverai le tue memorie.

Tu non lo sai ma da mesi mi sveglio sempre alla solita ora e scrivo questa specie di  diario rivolto a te. Trovo sia un’occasione per raccogliere le idee, quando c’è silenzio, quando nessuno interromperà con il telefono o con qualche notizia più o meno gradevole. Impegni. Di solito si tratta di questo, partecipazioni a eventi di ogni tipo, e per ogni tipo di evento mi viene suggerito di parlare con qualcuno, di conoscere qualcun altro, di sorridere più spesso, di indossare magari qualcosa di più colorato, come se io fossi una che fa decidere a qualcun altro in che modo mi devo vestire.

Ieri sera sei tornato più tardi del solito, eri stanco, stravolto. Mi hai sorriso ma non ti è uscita una parola di bocca. Ho provato a dirti qualcosa della mia giornata, ti ho ricordato di un viaggio in Africa che devo fare per la Croce Rossa. Ho provato anche a raccontarti di un paio di fotografi che mi seguono ogni mattina. Ti dico anche di quelle mie foto su un giornale, quando compravo crocchette per il cane, come se non lo sapessero che ormai l’hanno sequestrato i nipoti e lo vedo molto poco, il cane.

Sono le regole del gioco, mi hai detto tu. Avrei voluto dirti, ma quale gioco? Questa è la mia, la nostra vita. Mi domando, per esempio,  perché tu debba ripetere la parola empatia almeno dieci volte in un’intervista, perché tu debba diventare improvvisamente un simpatico e brillante  intrattenitore che salta da una trasmissione all’altra. Perché, mi chiedo, ti suggeriscano di adottare un cane e perché viene deciso, e tu ne prendi atto, che il cane si chiamerà Empy e non Fuffy o chissà come. Perché non ti viene invece richiesto di essere te stesso? Di parlare di quello che sai e di tacere di quello che non sai, di rispondere delle tue competenze e delle tue attitudini?
Andiamo a letto, ti ho detto ieri sera guardando l’ora, sei stanco.
A un tratto il citofono.
-         A quest’ora? – ho detto.
-         Abbiamo un paio di cose da terminare – mi hai risposto.
Ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, in silenzio. Tu hai capito e io ho capito. Poi sei andato ad aprire la porta, io mi sono avviata nel corridoio.
Ho letto su un libro, di recente, che quando marito e moglie litigano o stanno per farlo si spingono esattamente fin dove è prudente spingersi. Conoscono le debolezze del consorte e l’attimo preciso in cui fermarsi e tirarsi indietro.
Prima di andare a dormire sono andata a cercarlo quel libro,  mi girava nella testa quella frase, e poi l’ho trovato. John Gardner, uno scrittore americano.

Sono le sei e mezza. Tra poco consegneranno i giornali,  preparerò la colazione con  la torta fatta ieri sera, un buon caffè, apparecchierò in sala. Tu arriverai imbronciato, ma pronto per uscire. Siederai un momento a tavola, mi dirai buongiorno, io sorriderò e ti chiederò, dormito bene?, e tu mi dirai, benissimo, tutto un sonno e sorriderai.
Poi squillerà il cellulare e contemporaneamente il citofono. Tu afferrerai i giornali, butterai giù il caffè e farai una smorfia perché ti sarai dimenticato di zuccherarlo, mi darai un bacio e uscirai dicendo, torno tardi, stasera guardami in tivù, voglio sapere che ne pensi.
Io rimarrò nel silenzio e mi taglierò una fetta di torta.

La assaggerò e penserò che è sempre una di quelle che mi riesce meglio.




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