giovedì 2 maggio 2013

Ricordando Sylvia Plath. Le sue parole e la sua voce.



Nessun commento, solo le sue parole.
Buona lettura.


Da i diari di Sylvia Plath, editi da Adelphi, alcuni brani famosi, o non famosi, ma molto intensi e densi di significato.

"Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcool e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula."

"Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta" 

"Sii stoica, se necessario e scrivi - hai visto molto, sentito profondamente e i tuoi problemi sono sufficientemente universali per dal loro un senso - SCRIVI"
a pagina 171

"E adesso me ne sto seduta qui, contegnosa e stanca in marrone, con il cuore leggermente indolenzito"
a pagina 143 

e dal Primo Capitolo di "La Camapana di vetro"

"Fu un'estate bizzarra e afosa quella in cui morirono sulla sedia elettrica i Rosenberg.
Che cosa mai facessi, allora, a New York, non lo sapevo davvero: divento proprio una stupida quando si esegue una condanna. L'idea stessa dell'esecuzione sulla sedia elettrica mi fa venire la nausea e sui giornali non si leggeva altro; da ogni angolo di strada, da ogni sbocco di sottopassaggio maleodorante di noccioline e di muffa, i titoli dei quotidiani mi piantavano addosso i loro occhi sbarrati. Io non c'entravo per niente, ma non potevo fare a meno di chiedermi che cosa si provasse a morire bruciati, tutti i nervi bruciati.
Secondo me era la cosa peggiore al mondo.
A New York si stava abbastanza male già alle nove di mattina l'ingannevole frescura proveniente dall'umida campagna, che in certo qual modo riusciva a filtrare in città durante la notte, svaporava come l'estremo lembo di un dolce sogno. Simili a grigi miraggi in fondo a canyons di granito le strade ardenti ondeggiavano nel sole, le capotes delle automobili sfrigolavano e abbagliavano e una polvere secca, cinerea, mi volava dentro gli occhi e giù per la gola. Continuavo a sentir parlare dei Rosenberg per radio o all'ufficio, finché non potei levarmeli più dalla mente lo stesso mi era capitato quando per la prima volta avevo visto un cadavere. In seguitò, per settimane e settimane, la testa del morto – o ciò che ne era rimasto – fluttuò oltre la mia colazione di uova e pancetta o la faccia di Buddy Willard, responsabile di avermelo fatto vedere, e ben presto ebbi l'impressione di portarmi dietro la testa di quel cadavere attaccata a uno spago come un pallone nero, silenzioso e puzzolente d'aceto.
Mi rendevo conto che quell'estate c'era in me qualcosa che non andava, perché non sapevo pensare ad altro che ai Rosenberg, a come fossi stata stupida a comperarmi tutti quegli abiti costosi e scomodi, che penzolavano nel mio armadio flaccidi come pesci, e al fatto che i piccoli successi così felicemente da me addizionati al college, diventavano, fuori dalle facciate marmoree o dai lucenti cristalli dei palazzi in Madison Avenue, altrettanti fiaschi.
Si sarebbe potuto pensare che io mi stessi dando alla pazza gioia: che fossi oggetto di giusta invidia da parte di tutte le ragazze come me, sparse per l'America, di nient'altro ansiose che d'andarsene in giro in quelle medesime scarpe di vernice numero trentasette che io, all'ora di pranzo, avevo comperato da Bloomingdale assieme a una cintura di vernice nera e a una borsetta dello stesso materiale e colore perché il tutto fosse in armonia. E quando sulla rivista per la quale noi dodici stavamo lavorando, apparve una fotografia di me che, con addosso un modesto corsetto, imitazione lamé d'argento, e infilzata in una grande e grossa nuvola di bianco tulle, bevevo martini in un qualsiasi Starlight Roof in compagnia di parecchi quanto anonimi giovanotti, forniti di strutture ossee americane al cento per cento e assunti o dati in prestito per l'occasione, ebbene tutti credettero che io stessi vivendo in un vortice di piaceri e mondanità.
Guarda un po' che cosa può capitare in questo paese, dicevano. Una ragazza vive per diciannove anni in qualche città fuori mano, tanto povera da non potersi permettere neppure il lusso di comprarsi una rivista, ed ecco che ottiene una borsa di studio per un college, vince un premio qua e uno là e finisce per guidare New York come la sua auto personale.
Ma io non guidavo proprio un bel niente, nemmeno me stessa. Dal mio albergo mi tuffavo nel lavoro e nei ricevimenti e dai ricevimenti al mio albergo e di nuovo nel lavoro come un automa che non capisce niente. Immagino che avrei dovuto esserne entusiasta come lo era la maggior parte delle altre ragazze, ma non riuscivo a reagire. Mi sentivo molto apatica e del tutto vuota, come deve sentirsi l'occhio di un uragano, che si muove ottusamente e di continuo nel mezzo del fragore che lo avviluppa."





E qui sopra la sua voce che legge "Lady Lazarus".
Buon ascolto.

1 commento:

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