lunedì 29 aprile 2013

La lettura innanzitutto





Poco prima di pubblicare il mio primo romanzo, ormai parecchi anni fa, mi venne chiesto quanto tempo dedicassi alla lettura e alla scrittura. Me lo chiese con aria severa un signore che divenne poi il mio agente letterario. Me lo ricordo bene quel momento, ero intimidita e imbarazzata, insicura e sicura che qualsiasi cosa avessi detto l'avrei detta sbagliata, perché è sempre così, in quei momenti è meglio non pensare troppo, ché altrimenti rischi di dire la boiata pazzesca, e allora mi ricordo, abbassai gli occhi e confessai la verità, e glielo dissi alla scrittura non dedicavo così tanto tempo, che anzi ne dedicavo poco, poiché soprattutto leggevo. Lui fece un attimo di silenzio e poi annuì. Risposta esatta, bofonchiò subito dopo, dicendo che spesso aspiranti esordienti dichiaravano entusiasti  di scrivere giorno e notte, così tanto da non avere più il tempo per leggere.

La scorsa estate alla spiaggia, me lo ricordo bene, mi sono imbattuta in un interessante articolo che Claudio Magris pubblicava sul Corriere e allora ho ripensato a quell'episodio  e leggevo questo pezzo dedicato alla scrittura sommersa e non pubblicata. Diceva il signor Magris che pur non essendo un editore arrivava a ricevere quasi ottocento manoscritti di persone sconosciute che gli chiedevano di leggerli, valutarli e magari promuoverli.

Scrive inoltre il signor Magris:
"Ci sono alcuni — pochi — che capiscono questa difficoltà di essere letti e molti che chiedono invece di leggere solo il loro testo, buttando via tutti gli altri, con un risentimento comprensibile in chi si sente tagliato fuori ma che offusca la comprensione oggettiva delle cose. In questa pletora di manoscritti ci saranno, verosimilmente, molte opere di scarso valore che possono interessare solo chi le ha scritte, altre mediocri ma pur degne di attenzione, parecchie velleitarie o maniacali, altre di qualità media non inferiore a quella di tanti libri invece chissà perché pubblicati o anche coronati dal successo e forse qualche capolavoro. Molti anni fa, quando ne ricevevo molti di meno e potevo leggerne alcuni, mi sono imbattuto pure in qualche testo di grande spessore, che ho cercato, quasi sempre invano, di far pubblicare."

Ecco, io non lo conosco il signor Magris, e ho letto solo due dei suoi libri, "Alla cieca" e "Lei dunque capirà", (che sono libri belli ma ne parliamo un'altra volta) e me lo immagino come un signore gentile, una persona per bene e rispettosa,  perché nel suo articolo non era né giudicante né intimidatorio, e anzi diceva che faticosamente tentava di rispondere a tutti quelli che gli scrivevano, e così me lo immagino seppellito tra tutti i suoi ottocento manoscritti l'anno che aumentavano e aumentavano e diventavano pareti di carta nel suo studio. 
Signor Magris, ha tirato su una tramezza? No, sono quelli del duemilatré. 

E poi mi veniva in mente, leggendolo, chissà chi erano tutte queste persone che scrivevano al signor Magris, che certo potevano esserci persone che glieli mandavano i manoscritti perché erano veri amanti della letteratura e in essa si riconoscevano, e magari c'era anche qualcuno in cerca di  notorietà e forse di fortuna, che ci prova in tutti i modi, pur di aver visibilità. Ma non è questo il punto, non sono importanti le ragioni per cui si scrive, quelle sono personalissime e a volte insondabili perfino per chi lo fa, ma quello che mi fa pensare è il rapporto dell'indagine Istat del duemiladodici, che  io non le leggo sempre queste relazioni, ma questa mi ha fatto pensare molto, proprio così, e lo metto tre la virgolette, dice che "In Italia, anche chi legge, legge molto poco: il 45,6% dei lettori non ha letto più di 3 libri in 12 mesi, mentre soltanto i "lettori forti", cioè chi ha letto 12 o più libri nello stesso lasso di tempo, è il 13,8% del totale."
Io che dico sempre la lettura innanzitutto, mica è vero, tant'è che mi sono detta, qui ci vogliono riflessioni necessarie e opportune al più presto, qualcuno deve pensare a quello che sta succedendo in questo paese.
Inoltre la crisi non risparmia mica nulla e nessuno, perché ancora, scrive l' Istat, "Nel 2010, in Italia, si contano circa 2.700 case editrici e/o altri enti dediti alla pubblicazione di opere librarie. Il confronto con l'anno precedente conferma il saldo negativo del settore: il numero di nuovi editori è inferiore a quello degli editori che hanno cessato l'attività." 

Questo rapporto Istat sulla crisi dell'editoria si riferiva al duemiladieci.
Ecco, io non me lo voglio immaginare quest'anno. 
A parte il fatto che affidarsi esclusivamente alle statistiche non mi basta.






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