mercoledì 20 febbraio 2013

Il senso di una fine di Julian Barnes

Ho letto un libro. Ho letto un romanzo che mi è piaciuto.
Di solito quando comincio a leggere un romanzo so tutto dell’autore. So quando è nato, dove è nato e cresciuto, cosa ha scritto e come scrive. Non so perché, ma ho bisogno di sapere anche solo poche cose, ma di conoscere un po’ l’autore. Poi mentre lo leggo vado a cercare una sua faccia. Ho bisogno di sapere che faccia ha. Se poi il libro, alla fine, mi è piaciuto, allora mi scrivo qualche appunto e mi documento e leggo tutto di quell’autore.
Questa volta è andata in un modo diverso. Ho preso il libro in mano e non l’ho più lasciato fino a che non l’ho finito di leggere. Solo dopo mi sono ho cercato la sua faccia in una fotografia, quella di Julian Barnes.

Julian Barnes ha scritto “Il senso di una fine” che è uscito negli Stati Uniti nel 2011, qui da noi pochi mesi fa.
È la storia di un uomo, raccontata in prima persona da Tony Webster, che riceve la lettera di un avvocato. E questa lettera gli annuncia un’eredità ben singolare, una somma di denaro e un diario da recuperare. Ecco che il passato ritorna e ribalta il presente, ciò che sembrava dimenticato ritorna in modo prepotente rimettendo in discussione ogni scelta fatta, ogni singola parola detta o scritta. La vita di Tony Webster potrebbe continuare nello stesso modo. Lui può scegliere, lasciare perdere quel diario di un vecchio amico, Adrian, oppure andare a cercare quel segreto custodito e affrontare la sofferenza e la verità, una volta per tutte. Non consiglio di cercare altro sulla trama. Sappiate che in questa storia c’è mistero mescolato con sapientemente al conflitto, e poi ci sono dissertazioni e argomentazioni di un gruppo di ragazzi sulla vita, su quello che pensano che sarà, sostenute da tesi filosofiche con le quali si confrontano. Nei loro discorsi ci sono Camus, Wittgenstein, Nietzsche.

Nella quarta di copertina Tony Webster è definito un uomo senza qualità. E forse è vero -  superficialmente potrebbe sembrarlo -  ma non del tutto. È un uomo che si pone delle domande scomode in un momento della vita in cui di solito si cessa di farlo. È un uomo che esce dalla sua placida esistenza con coraggio e determinazione per andare incontro al mistero della vita e della morte e affrontare i fantasmi.
Consiglio questo libro perché è scritto bene, tiene dalla prima all’ultima pagina il lettore avvinto in una storia che sembra semplice, perfino banale, ma che non lo è affatto. E come dice il protagonista del romanzo «la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato».
L’incipit è da vero maestro.

Pillola di pag. 103: “Il carattere delle persone si sviluppa nel tempo? Nei romanzi, naturalmente, sì: altrimenti non ci sarebbe storia. Ma nella vita? A volte me lo chiedo. (…) Il problema dell’accumulo, aveva scritto Adrian.  Scommetti dei soldi su un cavallo, quello vince e la vincita passa sul cavallo della corsa successiva, e così via. Le vincite si accumulano. E le perdite?” – pag. 103 -104.



Julian Barnes Leicester 1946 è uno scrittore britannico.
I suoi romanzi e racconti sono stati visti come esempi di postmodernismo  in letteratura. È stato finalista del Booker Prizetre volte: nel 1984  per Il pappagallo di Flaubert nel 1998 per England, nel 2005 per Arthur e George. Ha vinto il premio nel 2011 con Il senso di una fine.





2 commenti:

  1. L'ho letto. Mi è piaciuto moltissimo, grazie del consiglio, che condividerò.

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  2. Lo prenderò a scatola chiusa. Julian Barnes è stato un mio amore di gioventù. :-)
    Simona Franzoni

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