martedì 19 febbraio 2013

Libredine. Nadine Gordimer



Scrivere è vivere di Nadine Gordimer


Ecco, questa è la seconda volta che scrivo qui e sono un po’ contenta e mi viene in mente quella frase di Cotroneo che dice ‎più o meno che la libreria va pensata come una farmacia per i dolori dell'esistenza,  e per amor di verità questa frase me l’ha ricordata  Marco Goldberg della Libreria San Michele di Albenga e per me è un po’ vero, tant’è che questo blog si chiama Libredine e i libri sono per me e forse per molti di voi malattia e cura insieme.

E proprio in questa libreria di Albenga avevo acquistato questo librino, un paio di estati fa, che a chiamarlo librino fa un po’ ridere ma se mi permetto di definirlo tale è solo perché ha poche pagine, centodue per essere precisi, ma non è uno di quei libri che si legge in fretta, nossignori, è uno di quei libri che tu ci entri dentro e resti e cominci a pensare un sacco di cose e non te ne andresti più, altro che librino.

Il titolo è semplice, ma di una semplicità disarmante che già il titolo ti blocca e ti fa pensare.  “Scrivere è vivere”, questo è il titolo, è edito da Datanews, una casa editrice di Roma, ed è una raccolta di scritti e interviste di Nadine Gordimer.

Ho scelto questo libro, non solo perché amo la Gordimer come scrittrice e come donna, impegnata da sempre nella lotta all’ingiustizia, ma anche perché contiene il discorso che la scrittrice fece il sette dicembre del millenovecentonovantuno quando vinse il Premio Nobel per la Letteratura, e proprio di letteratura e di scrittura parlò in quell'occasione, nella sua Lectio Magistralis, in occasione del conferimento del premio, e questo discorso io l’ho letto e mi torna sempre in mente e non c'è verso, e allora oggi mi sono detta, parliamone. Writing and Being, Scrivere ed Essere, è il titolo originale del discorso.

Nadine Godimer ci fa meditare sul fatto della necessità della parola e di quando essa subisca una significativa trasformazione, esattamente quando viene scritta per la prima volta, in modo da essere riletta, elaborata e meditata, potendo viaggiare attraverso il tempo e i luoghi.
“Questa è la storia della genesi dello scrittore. È la storia che lo iscrisse nell'essere”
Quindi scrivere diventa essere, vivere, come dice il titolo del libro, attraverso la scrittura l’uomo diventa consapevole di sé stesso e di ciò che lo circonda, attraverso i miti vengono narrate le storie e i miti diventano le storie che mediano tra ciò che si conosce e ciò che non si conosce.

Ma a cosa serve uno scrittore? Perché scrivere dunque, se si ha il dono della parola?

Scrivere è una necessità, scrive la Gordimer, e cita ad esempio  una  breve ma famosa parabola di Kafka, quella  dei tre cani, Tienilo, Prendilo e Maipiù. Tienilo e Prendilo sono cani di razza, “comuni pincer e nessuno li noterebbe se fossero soli”. Sono cani come ce ne sono tanti altri, che si adeguano e nel mucchio non si vedono. Invece  ce n’è un terzo, guarda un po', un meticcio che viene subito visto perché essere diverso. Il terzo si chiama Maipiù, energico, sempre alla ricerca di avventure e ingegnosi metodi per dimostrare qualcosa, la sua differenza, la normalità degli altri cani, il suo dissenso. Forse è spelacchiato, forse puzza un po’, me lo immagino così. Kafka lo definisce “Lo Zingaro”.

Ecco, a questo voleva arrivare la Gordimer. Lei sostiene che di solito i Maipiù diventano scrittori, persone che per necessità si dedicano a interpretare e raccontare la realtà, a inventarsi un modo per mostrarla e per dimostrare che esistono le differenze e i conflitti, ma bisogna abitarli, non temerli.
Nadine Gordimer racconta come nel suo mondo normale di una piccola città mineraria del SudAfrica era quella che si sentiva diversa perché non accettava quello che succedeva sotto i suoi occhi ogni giorno e allora era costretta ad essere la Zingara, la più straniera degli stranieri e ad armeggiare con le parole e aggiustare il tiro delle sue letture, accompagnata dai libri che trovava in biblioteca, Proust, Checov, Dostoevskij. Quelli sono stati i suoi maestri.
Sentiva l’impellenza di raccontare il suo mondo e i sentimenti che la realtà suscitava in lei, altrimenti le avrebbero provocato un’ implosione, un dolore troppo grande. E allora l’unica strada è quella di ascoltare e prendere a prestito pezzi di vita di altri per farli vivere nei personaggi che si raccontano. Ascoltare, osservare e cercare di capire.

Ecco perché Nadine Gordimer è diventata scrittrice.

Esplorare in tutte le sue parti gli uomini, amici o nemici che siano, cercando di raccontare le ragioni di uno e dell’altro, cercando la verità, e poi scegliendo, nella letteratura così come nella vita.

Il discorso termina con le parole di Mongane Serote, poeta africano

“ognuno di noi sfoglia il viso dell’altro
Legge lo sguardo che ha davanti
(…). C’è voluta una vita per imparare a farlo.”

Ecco, mi sembrava bello ricordarlo.



Questo post di oggi lo dedico a Chiara, che mi sta scrivendo e ricordando in questo momento che un bravo scrittore è un ottimo lettore. Grazie Chiara.


2 commenti:

  1. trovo sia estremamente difficile essere lettori e scrittori contemporaneamente. Naturalmente la lettura fa parte della formazione, non solo dello scrittore ma dell'uomo in generale, la lettura è una vita parallela. Ho sempre notato che le persone con cui trovavo affinità elettive avevano letto buona parte degli stessi libri che avevo letto io. La lettura, per lo scrittore, è anche il cursore che colloca la soglia verso cui vorrebbe tendere la nostra scrittura che entra facilmente in conflitto con l'aspettativa dei riferimenti. E' probabile quindi che il lettore nello scrittore è piuttosto un suo doppio, senza questo esercizio di distacco è facile che la rivalità fra il pudore dell' uno blocchi l'audacia dell'altro.

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  2. Credo si possa essere lettori e scrittori contemporaneamente. Anzi, credo sia necessario. Credo che la scrittura nasca da un appassionato e attento esercizio di lettura. E' pur vero che possa succedere che uno scrittore, di fronte alla lettura di un testo perfetto, perderà audacia e sicurezza. Forse qualcuno. Credo però possa succedere perfino il contrario, che le buone letture indichino allo scrittore le vie più giuste. Se lo scrittore non è ammalato di narcisismo non potrà fare altro che imparare.

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