sabato 12 novembre 2016

Un regalo per Natale (libri, tanto per cambiare): i dirittti degli uomini e degli animali. Coetzee


«Qualcosa mi ha guardato dritto in faccia e io ancora non la vedo» J.M.C.


Una volta una persona mi ha detto che i libri non servono a niente. Non era tanto tempo fa, si trattava di quest’estate. Non ho risposto, non ho ribattuto. Non penso di avere verità in tasca, ma mi ha pervaso una profonda tristezza. Poi mi sono sentita fortunata. I libri mi hanno aperto finestre sul mondo, mi hanno dato coraggio e la pazienza di informarmi e avvicinarmi a mondi che non conoscevo.
Non mi bastavano più le nozioni superficiali.

Sulla rete e ovunque viene discussa la questione animalista e i diritti degli animali. È pur vero che se tutti gli esseri umani possiedono un diritto alla vita (nella teoria) anche gli animali dovrebbero averlo e sarebbe doveroso considerare degli animali, prima di agire in un qualche modo nei loro confronti.

Il successo di Se niente importa di Jonathan Safran Foer,  un libro importante che solleva una questione assai delicata e spinosa, continua a fare discutere.
Prima ancora di J.S.F. il premio nobel del 2003 Coetzee, uno dei più grandi scrittori viventi, affrontava l'argomento con intelligenza rara e altrettanto rara consapevolezza. In un altro modo, sublime a parer mio.
Entrambi gli scrittori affrontano il problema del modo. La faccenda, assai complessa, non è solo se essere o no vegetariani.

La prima consapevolezza che si deve avere è cosa siano precisamente gli allevamenti intensivi, da dove viene praticamente il 98% della carne che viene consumata, per esempio, nel nostro paese. Questo per due ragioni fondamentali:
1. la questione etica, riguardo a come vivono gli animali prima di essere uccisi - e non parlo solo di carne, parlo anche di latte, formaggi eccetera.
2. la nostra salute: se mangiamo carne di allevamenti intensivi, dobbiamo sapere che ingoiamo quantità pericolose di ormoni, di antibiotici, para-antidepressivi e chissà quale altra porcheria.
La questione della caccia o la questione degli allevamenti liberi, al pascolo, è una questione etica che ognuno deve affrontare secondo la propria coscienza.
La caccia, se fatta nel modo giusto e legale, con attenzione alle specie in estinzione, può perfino essere utile. Il cacciatore si sostituisce ai grandi predatori che non esistono più, rafforza alcune specie evitando che possano indebolirsi, nutrendosi di cibo avanzato dagli uomini, evitando epidemie.
Personalmente vengo spesso derisa poiché non uccido neppure zanzare o formiche o piccoli insetti, non trovo sia una questione di taglia o misura. Non consumo carne da tempo, ma se vado a casa di qualcuno che, ignaro, mi offre una cotoletta per cena, evito di metterlo in imbarazzo. Penso che no, un pezzetto di carne non mi ucciderà e non lederà la mia anima.
Ho una mia idea personale del rispetto. Amo e rispetto gli esseri umani e la natura tutta e cerco di essere equilibrata (quando possibile, strada difficile) e di tenermi informata.
E a proposito di ciò, credo che i libri di Coetzee affrontino la complessità del tema del rispetto, a partire da quello per l’essere umano per arrivare a quello per gli animali.






Consiglio un bel regalo per Natale ad amici e parenti

Aspettando i barbari (Waiting for the Barbarians), del 1980, una storia di rara e profonda intensità che ci mette di fronte a una drammatica verità, cioè quanto siamo lontani dalla questione dei diritti in genere, anche nei confronti degli esseri umani.

E poi, per la questione tanto cara a Coetzee  sul rispetto per gli animali, il consiglio è

La vita degli animali, del 2003

«La sistematica, silenziosa uccisione quotidiana di milioni di animali è il peccato originale che in ogni momento si rinnova intorno a noi. Senza che peraltro venga percepito in quanto tale. Non si tratta forse di una necessità perché l’umanità sopravviva? Così dicono anche i più illuminati, svelando la rozzezza di ogni etica che riguardi esclusivamente l’uomo. Sarà pure indubbia, quella necessità. Ma l’uccisione rimane uccisione. E, se un occhio etico esiste, deve essere capace di osservarla e giudicarla.
Con questo libro Coetzee non ha inteso aggiungere nuovi argomenti alla disputa sulla crudeltà verso gli animali, che risale plausibilmente a quando, nella remota preistoria, l’uomo passò alla dieta carnivora. Da consumato narratore, ha voluto creare qualcosa di molto più efficace: una subdola, insidiosa macchina romanzesca che obblighi il lettore ad avvertire in tutta la sua enormità una questione che generalmente si preferisce accantonare. Usando a questo fine un personaggio memorabile, Elizabeth Costello, anziana e popolare romanziera che riesce a mettere in crisi tutti i sapienti accademici, a cominciare da suo figlio, professore di Fisica, in una città universitaria politically correct dove è stata invitata a parlare dei suoi libri. Con la sua voce pacata e implacabile, Elizabeth Costello parlerà invece delle vite degli animali e di come vengono maltrattate dagli uomini, così gettando i suoi ascoltatori in un insanabile imbarazzo. «Non hanno una coscienza e dunque. Dunque cosa? Dunque siamo liberi di usarli per i nostri fini? Dunque siamo liberi di ucciderli?».
La vita degli animali è apparso per la prima volta nel 1999 ed è corredato, in appendice, da quattro riflessioni: una letteraria di Marjorie Garber, una religiosa di Wendi Doniger, una filosofica di Peter Singer e una etologica di Barbara Smuts.»

giovedì 6 agosto 2015

#leggiloperché La figlia sbagliata e Tutta questa vita di Raffaella Romagnolo.



In genere, quando mi innamoro di un romanzo, di una storia, devo leggere tutto quello che ha prodotto l'autore del sudetto. Uno via l’altro me li leggo tutti. 
Con Raffaella Romagnolo questo è successo. 
Ho cominciato dall'ultimo, La figlia sbagliata, edito da Frassinelli, e ho fatto il mio salto sulla sedia. Entusiasta. 
Con gli altri stessa reazione.

So che non si dovrebbe iniziare in questo modo una recensione, ma infatti io non scrivo recensioni, racconto solo il mio personale incontro con libri e scrittori che mi hanno toccato corde profonde, che mi hanno insegnato qualcosa. 
Così, in questa calda estate, sono pronta a suggerirvi un po’ di titoli di alcune letture amate. Ne scelgo due, della Romagnolo, tra i suoi romanzi pubblicati.

Comincio da La figlia sbagliata, uscito nel marzo del 2015, nel quale l'autrice racconta di inferni  insospettabili, nuclei familiari che da fuori appaiono perfetti, tutti felici, tutti contenti, ma che brave persone. E invece ecco segreti e bugie, non detti che pesano, drammi consumati e  sofferenze indicibili. Raffaella Romagnolo le racconta con una scrittura travolgente, ogni volta diversa, e ci rivela sorprendenti e complessi personaggi che animano storie che potrebbero essere quella di ciascuno di noi. 

L’amore per i figli e per la famiglia spesso può essere causa di immobilismo e dolore, se è strutturato in una gabbia che reprime. E poi c’è il discorso dei talenti. La famiglia castrante decide e sistema, nega e dispone.

Così Ines Banchero, coniugata Polizzi, limita se stessa e costruisce una galera sterilizzata, a sua misura, per tutti, da cui nulla e nessuno possono fuggire. 
Ogni dolore o imprevisto viene rimosso, come la figlia sbagliata, quella che invece si allontana, non ci sta e fugge, pagando comunque un prezzo altissimo - mai quanto chi rimane - , perché la famiglia giusta impone costi salati per chiunque. 
Anche le amicizie vengono tagliate. Anche la sorella di Ines viene sacrificata. Ogni ostacolo abbattuto. Zac. Via. Via eventuali attitudini, inclinazioni, desideri e via dicendo.
E cosa rimane? L'amore?

Il conto è caro, quando viene presentato e bisogna rivedere tutte le voci, i dettagli, valutare e considerare. 
Ma per Ines Banchero non è facile, non può esserlo. 

Una sera come tante lei è lì che lava i piatti e al tavolo c’è Pietro Polizzi, quarant'anni di matrimonio, la settimana enigmistica, la televisione accesa a volume alto, tutto come al solito, come deve essere.
La morte arriva all'improvviso e Pietro ha un sussulto violento e dalla sua bocca la vita se ne esce in un rigurgito.

«Le palpebre rimangono aperte. Le pupille, lievemente estroflesse, puntate sul cruciverba facilitato»

Ines non se ne accorge, continua a insaponare i piatti, commentando ad alta voce il programma televisivo.

«Ma Pietro Polizzi non risponde. (...) è insultante questo silenzio. L'ennesimo insulto. Ines sente che il grumo di rabbia cresce».
Quando Ines se ne accorge (se ne accorge?) non grida, non piange, non chiede aiuto ai vicini, non telefona. Continua le proprie faccende, meticolosa, come se nulla fosse successo. 

Ma qualcosa è successo, e i nodi dolorosi della famiglia Polizzi emergono travolgendo l’apparente solida struttura e rivelando quali talenti e sogni sono stati immolati sull'altare dell’amore materno. Eccolo il conto. Siamo al dunque.
Il seme della follia trova l’humus adatto per germogliare.




Anche in Tutta questa vita, edito da Piemme e uscito nel 2013, gabbie, talenti e rabbia, raccontati in tutt'altro modo. 
Un romanzo completamente diverso.

Il punto di vista è quello di una sedicenne intelligente, appassionata lettrice, bulimica e sovrappeso, vittima di scherzi di cattivo gusto sui social network, che si affaccia alla vita adulta dal suo ricco quartiere (quello giusto, perché quello sbagliato è il quartiere popolare dall'altra parte della strada) e che non ci risparmia caustiche osservazioni della sua vita familiare.

«In questi giorni sono tutti fuori di testa: lei non va in palestra, non si accorge dei tre Saccottini tre a colazione, non dà istruzioni per il pranzo, e Nina si è esibita in un pasticcio di carne, patate e formaggio da un miliardo di calorie. Papà arriva alle dieci di sera, non saluta neanche Richi, non mi chiede come è andata l’interrogazione di latino o se ho studiato matematica. (…) Una vera figata. Così io e Richi ce ne veniamo belli e tranquilli dalla parte sbagliata, senza preoccuparci che qualcuno ci veda, facciamo rifornimento di porcherie al bar della pompa di benzina e, fra sbuffi di vento umido, prendendocela comoda, superiamo il sottopasso»

Paoletta è sola, se non fosse per suo fratello Richi, che lei chiama lo Sfi (sta per Sfigato) e ama teneramente, un ragazzino sagace che vive sulla sedia a rotelle. Consapevole del suo handicap vede e rivede il film Billy Elliot, elettrizzato dalla scena in cui lui Billy salta sul tavolo e va danzando per tutto il quartiere, affermando la sua dote di ballerino contro le aspettative del padre. 
E poi c’è Carmen, l'amica immaginaria di Paola, alla quale l'adolescente affida i suoi segreti e i sentimenti non rivelati.

È un’alleanza forte quella tra Richi e Paoletta, che cresce sempre di più quando la verità si avvicina, e quando il dramma esploderà in tutta la sua violenza, loro saranno uniti, coesi, complici.

«Quando ti abitui a viaggiare lungo la frontiera tra verità e menzogna, ti accorgi che le intenzioni, le opinioni, le chiacchiere sono fumo, e l’unica cosa che conta sono i fatti (…). Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio. (…) In fondo, per non affrontare la realtà, la gente fa le cose più incredibili.»

E infatti l’incredibile è in scena.

Paoletta ci commuove e ci fa sorridere, ma sentiamo il suo dolore e la sua rabbia, e come noto, la rabbia tiene insieme, è un collante, per togliersela occorre attraversare il dolore e la verità.

Con una scrittura forte ed emozionante, l’autrice di questi due romanzi ci accompagna in un viaggio sorprendente, carico di tutti gli elementi vitali che, nel bene e nel male, conosciamo e che spesso ci fanno paura.

Giorni fa, parlando di Raffaella Romagnolo, qualcuno l’ha definita una specialista della scrittura.
Lo è.

Non perdetevela.

#leggiloperché

Raffaella Romagnolo

Raffaella Romagnolo, autrice de L’amante di città (Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà e Tutta questa vita(2013). Per Frassinelli La figlia sbagliata (2015).

martedì 16 settembre 2014

Cronache di Mantova: gli ultimi giorni, per #Stoleggendo



Sabato 6 settembre 
#readerguestcolazione

Da sinistra Giulia Taddeo Laura Pezzino Annarita Briganti e la sottoscritta

Annarita Briganti Paola Avigdor Paolo Armelli Laura Pezzino

Finalmente eccole, alcune delle #readerguest di @Stoleggendo. Quando arrivo al Caffè Modena sono le nove e Giulia Taddeo è già al secondo caffè. Arrivano le altre. Annarita Briganti, Laura Pezzino, Patrizia La Daga, Anna da Re e finalmente lui, Paolo Armelli, mentre Riccardo Barbagallo è dovuto partire e Alba Donati è impegnata in un evento. E poi ancora Giuditta Casale e Francesca Lupi e altre facce e saluti.
Felici di incontrarci, di guardarci negli occhi, di scambiare impressioni, darci nuovi appuntamenti. @Stoleggendo è anche questo, un appuntamento di persone entusiaste che condividono passioni e che credono nell’importanza di quello che fanno.
Ridiamo, ciarliamo, addentiamo brioche e croissant, ci salutiamo per fuggire verso altri incontri, dandoci appuntamenti per un caffè, aperitivo e per la cena.

con Patrizia la Daga

Giulia Taddeo e Anna da Re
Ore quindici

Gary Shteingart comincia raccontando della sua vita rocambolesca, dei sogni all’arrivo in America e delle illusioni. 
L’autore di Mi chiamavano piccolo fallimento edito da Guanda comincia con una battuta.
«Quando abbiamo capito che non dovevamo credere più in niente diventammo repubblicani»
A cinque anni Gary scrive il suo primo romanzo, che intitola Lenin e l’oca magica, titolo che nasce dalla presenza di una grande statua di Lenin davanti a casa e dal fatto che la nonna scriveva per Buongiorno Lenin. In quell’occasione Gary capì che avrebbe fatto lo scrittore perché la nonna gli disse,   ti dò un pezzo di formaggio per ogni pezzo che scrivi. Capì anche che la sua vita non sarebbe stata facile o scevra da conflitti perché l’oca del romanzo finirà mangiata in guazzetto.

Gary Shteingart con Marco Malvaldi


Quando si trasferirono negli Stati Uniti, le prospettive cambiarono. Fuori dalla loro casa non c’era più la statua di Lenin e gli venne detto, non devi più amare Lenin, da adesso devi amare Reagan. Son cose che segnano.
Le aspettative dei parenti sono il tema più gustoso del libro. Ad esempio, Gary cerca di spiegare la differenza tra una mamma italiana e una mamma ebrea e lo fa in questo modo.
Dice la mamma italiana: se non mangi la minestra io ti ammazzo
Dice la mamma ebrea: se non mangi la minestra io mi ammazzo.
Ci sono divertenti e sorprendenti aneddoti in tutto il romanzo, che, va detto, non è stato affatto apprezzato dai parenti.
Insomma, il bambino Gary rincorre per tutta la vita la  necessità di migliorarsi e di accontentare i propri familiari, e si chiede continuamente, come farò a diventare grande, come farò a diventare come loro? Basterebbe aspettare, suggerisce Malvaldi, ma per Gary non è proprio così, la sua è una continua attesa di veder sparire  quello sguardo di disappunto che lo segue ovunque, in qualsiasi ramo della famiglia. 
«Ti amiamo non fallire, ti vogliamo bene, non fallire» gli ripetono per tutta la vita.
Il fallimento, spiega Gary Shteyngart, per gli emigrati non è un’opzione di vita. 
«Adesso» dice soddisfatto «da mio figlio mi aspetto che fallisca»

Sono le quidindici e cinquanta, devo scappare e mi dispiace, anche se è a soli cinque minuti da qui, a La Ducale c’è Mounsier Pierre Lemaitre che mi aspetta. Il Prix Gouncourt, non so se mi spiego. Emozionata, corro vero l'intervista.

con Anna da Re e Pierre Lemaitre


Alle diciotto mi dico che Chiara Valerio mi ha convinto, con il suo piglio spiega a una platea attenta e numerosa e alla sottoscritta che Aleksandar Hemon (Sarajevo, 9 settembre 1964) è un grande narratore. La letteratura permette di fare una cosa che succede quando si è bambini, quando si può essere tutto. Chiara Valerio spiega che leggendo Hamon non si può non essere altro che quello che si legge. Scrivere significa imparare a perdere se stessi. Il sé è una cosa che si costruisce. Nel momento in cui si rielabora quel che si è stato, allora si costruisce il proprio sé. 
[La #readerguest è assai colpita da questo scrittore, da quello che dice e che racconta di sé. Afferra tre dei suoi libri e li compra, ripetendosi che è incredibile il fatto di non averli mai letti. Gravissimo. Ma sta rimediando]

C. Valerio:  «Come si fa a scrivere senza arrabbiarsi? »
A. Hammon:  «La rabbia è una sorgente della mia scrittura, ma riesco a trasformarla in energia, in umorismo, in altro.»
C. Valerio: « In che modo è riuscito a conservare la rabbia?»
A. Hammon:  «Quando scrivo la rabbia non è l’unica cosa che ho, ma l’amore la bilancia. La rabbia la distribuisco sui miei personaggi, edito la mia rabbia e la passo a loro. E così nasce un romanzo»

Domenica 7 settembre, ultimo giorno, ahimé

È l’ultimo giorno, io e la mia amica Cristina Parodi, la bibliotecaria più amata d’Italia, l’unica che riceve telefonate continue dagli utenti della Biblioteca a ogni ora del giorno e della notte, e anche quando è in vacanza, lasciamo il Bed&Breakfast della signora Teresa, Il CortePosta [quartiere Lunetta, via Ostilia 1, vivamente consigliato], mentre la signora Teresa mi scongiura di non partire per l’Iran e dice di voler parlare con mia madre e io le spiego che no, che non è il caso. Lei torna alla preparazione dei suoi tortelli di zucca, e mi infila in bocca un cucchiaio di ripieno. Così ti stai zitta, mi dice.

Ore dieci e trenta.
Andiamo ancora una volta a vederlo e a sentirlo, Pierre Lemaitre, autore di Ci rivediamo lassù edito da Mondadori.


Riferendosi all’articolo uscito sul Il corriere della sera Lemaitre ribadisce che lo scrittore assomiglia al fabbricante di emozioni ma che lavora come un orologiaio, che il suo rapporto con la scrittura è proprio come quella di un artigiano con i suoi arnesi, e scherza sulla polemica nata in Francia sulla sua vittoria del Gouncourt. Molti francesi non hanno digerito che uno scrittore di genere abbia vinto un premio così prestigioso, lo stesso premio che vinse Proust.
«Il mio modo di raccontare è quello vicino al noir e questo è un romanzo storico scritto come un romanzo poliziesco.»
Il titolo, commovete e forte nella sua semplicità, nasce da una frase letta in una lettera che un giovane condannato a morte scrisse alla famiglia prima di essere fucilato.

Il resto del giorno.

Tutto il resto del giorno Mantova mi culla la voce di Marino Sinibaldi che sotto la tenda di Radio tre conduce Fahrenheit e accoglie tutti gli ospiti e gli scrittori del Festival. Sotto questo tendone sono passati in tanti, Fabio Geda, Annie Ernaux, Recalcati, Nori, per citarne alcuni. Ecco, così mi sembra di essere a casa.










Scusi, dov’è l’Ariston?

Alle diciassette si corre all’Ariston, Suad Amiri parla del suo ultimo libro Golda ha dormito qui – Feltrinelli.
Riporto quello che ha detto, perché mi sembra importante, e inutile ogni commento
«Ci sono voluti Sharon e mia suocera in casa, ovvero due occupazioni, perché io diventassi una scrittrice. Ero dislessica e forse per questo sono diventata prima architetto. Ma sentivo di avere delle storie di raccontare, ne sentivo l’urgenza. Ora sono scrittrice da dieci anni e c’è una somiglianza tra i due lavori, quello dell’architetto e quello della scrittrice. In entrambi i casi io faccio un lavoro di protezione e conservazione del  retaggio culturale del mio paese. Proteggo e conservo la mia cultura. La sovrapposizione e il risultato finale è ciò che ha fatto di me Suad. Ho scelto di scrivere delle persone in Palestina. Io cerco di scrivere della vita normale della vita dei palestinesi occupati. La mia scrittura è come la mia identità, fatta di strati diversi, come non ammette la politica. Si parla a vanvera di arabi e di Islam. La mia scrittura è tutta contro gli sterotipizzazione  mia e dei Palestinesi.»

E ancora:

«Molti mi chiedono perché uso questo registro umoristico. Perché altrimenti piangerei. Golda ha dormito qui è uno dei libri più difficili sul piano emotivo. Noi palestinesi abbiamo spesso parlato delle nostre terre e della perdita delle nostre terre. C’è una storia tremenda, la perdita delle proprie case con i pezzi della propria vita. C’è anche il dramma tremendo di passare davanti a Gerusalemme Ovest, dove vivevi, e dove ora vivono famiglie israeliane.» 

Racconta Suad Amiri di un architetto palestinese, Andoni, famoso e di successo, che studia e lavora all’estero, poi torna a casa dove lavora. Tornando scopre che un israeliano vive nella sua casa. Porta la questione in tribunale, assumendo l’avvocato israeliano Avraham Ronen. Vince la casa e ottiene lo sfratto dell’inquilino israeliano. Ma c’è un dettaglio. Secondo la legge israeliana i Palestinesi sono absentee e di conseguenza le loro case sono absentee property, così dice la legge israeliana, perciò anche chi vince la causa non può di fatto rientrare in possesso della propria casa. È una questione di status giuridico. Bisogna accettare questo boccone molto amaro da digerire.
Le case di molti amici le ho fotografate, racconta ancora Suad Amiri. Racconta di un uomo che viene cacciato dalla sua casa. La figlia, all’epoca aveva cinque anni e non si è mai dimenticata le lacrime sul viso del padre. Adesso questa figlia è una donna di cinquant’anni, amica di Suad, una donna che ogni settimana, il  sabato, va a rubare la frutta del giardino della casa che fu di suo padre. Ogni volta esce una donna israeliana che grida. Huda risponde, non faccio niente di male, raccolgo i frutti degli alberi piantati da mio padre. Ogni tanto la donna israeliana si spazientisce al punto da chiamare la polizia. Ogni tanto Huda viene arrestata. C’è il processo, la multa, una condanna. Ma lei continua. Organizza perfino dei tour di persone e le porta a vedere la sua casa e a raccontare loro la propria storia e la storia di quell’uomo che quarantacinque anni prima la dovette lasciare piangendo davanti a sua figlia Huda. Suad le chiede, ma non sei stanca? E la sua amica le risponde, sì, sono stanca, ma questa è la mia ossessione, l’occupazione è un’ossessione, e vanno di pari passo.

Scrive Suad Amiri nel suo bellissimo libro:

«Soprattutto devo mantenermi sana di mente con tutta la brutalità che ti circonda
Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo
Per venire a patti con ciò che ti è successo
Devo mettere al bando quella parte del mio cervello
Che ama la ragione, la logica e la giustizia
Palestina
Ci lascerai mai liberi?»
da Golda ha dormito qui


«Paese mio: stretto a me come la mia prigione»
Mahmoud Darwish

Ho cominciato con Borgna, martedì scorso.
Lascio Mantova con le parole, i sorrisi e gli occhi di Suad Amiri.

Ogni volta questo festival mi arricchisce, mi regala miracoli, sorprese, incontri inattesi, con libri e autori. E io rimango ogni volta con tante domande che vorrei fare.
Quest’anno raccoglievo parole ed emozioni per Stoleggendo. Ne ho riempito una grande borsa. Piano piano andrò a ricercarle, tutte. Al momento giusto spunteranno fuori e mi restituiranno, chissà, forse una risposta.

Stefano Piedimonte ha scritto qualche giorno fa che i libri vanno protetti. Sì, vanno protetti e portati in giro, tra la gente, e vanno raccontati perché anche i più giovani capiscano quanto leggere sia importante nella vita di ciascuno di noi, e del perché leggere ci aiuta a crescere, a capire, a diventare un po’ curiosi e a sentirci tutti un po’ meno soli.
Grazie Francesco Musolino, con @Stoleggendo l'hai pensata proprio bella.

Tutte le immagini sono scatti di Cristina Parodi, alla quale dico grazie.




martedì 9 settembre 2014

Intervista a Pierre Lemaitre Ci rivediamo lassù Mondadori Prix Gouncourt 2013






Ho incontrato Pierre Lemaitre in un caffè nel centro di Mantova, La Ducale in via Calvi, in un pomeriggio assolato. Ero preparata, avevo letto il libro con attenzione, l’avevo gustato calandomi nella storia, amandone e odiandone i personaggi, facendo le ore piccole sulle pagine di questa storia di guerra, dopoguerra, amicizia e sentimenti ed ero pronta a fargli domande, mi ero scritta l’ordine di quel che volevo chiedere all’autore di Ci rivediamo lassù edito da Mondadori. 
Poi una volta davanti a lui è nata una chiacchierata così tanto più ricca che le domande hanno cambiato posto, alcune sono perfino cambiate.
Per chi non l’ha letto sappia che è un romanzo sorprendente, e a chi seguiva Lemaitre prima, con i suoi polizieschi e thriller come Alex o Lavoro a mano armata, sappia che questo romanzo e tutta un’altra cosa.
È questa una storia nata dalla rabbia, soprattutto, precisa lo scrittore, per come sono stati trattati i reduci dopo la guerra. Dopo ogni guerra quei soldati che hanno fatto ciò che veniva loro chiesto, tornano a casa e non trovano più un posto nella società. I reduci sono oggetto di paura e di collera, lo scrittore ricorda quei vecchi che vedeva da bambino con le loro ferite sul viso e dappertutto, che erano le ferite della Francia, quelle vergogne che la Francia non voleva vedere e ricordare. E così come allora anche il mondo di oggi ha delle analogie e risonanze con il mondo cruento della guerra di allora. 
Questo succede ogni volta, e Pierre Lemaitre racconta nelle sue cinquecento pagine una vicenda straordinaria di forti contrasti e conflitti, di un debito e di una promessa.


Mounsier Lemaitre, prima di parlare del libro, vorrei chiederle cosa pensa del futuro dell’editoria in Europa?

La letteratura è uno dei mezzi per raccontare la storia e ha detenuto finora il primato, ma ora deve dividersi la scena con diversi concorrenti. Credo che per l’avvenire sia necessario guardare alla nuove tecnologie, questo è il mandato dell’editoria. Se gli editori non creeranno un nuovo paradigma sarà un problema. Per ora il supporto digitale viene considerato una copia del libro cartaceo e credo che sia un errore di concetto madornale.

Cosa è per lei la scrittura e come è nata in lei l’esigenza di narrare?

La scrittura è il mio mestiere. Se da una parte c’è l’abitudine e il costume di considerare la scrittura non come un mestiere, la si concepisce come una vocazione, come un’arte, per me la sua prima natura è quella di essere un mestiere. Il mestiere che ho scelto è quello di raccontare delle storie. Amo raccontare storie, per me è un piacere, un divertimento, mi tocca nel profondo, mi commuove, è ogni volta è estremamente vivo e fantastico. È un mestiere che ho scelto e che io faccio come fossi un artigiano. Mi chiedo sempre quale storia io desideri raccontare e perché la voglia raccontare, sono queste due domande che sono alla base del mio lavoro, e mi portano sempre a interrogarmi e a chiedermi, è utile?, ha un senso raccontare questa storia? Una volta che mi sono dato una risposta, mi impegno, ce la metto tutta e faccio del mio meglio a scriverla nel miglior modo possibile con gli strumenti di cui dispongo. Non è molto romantico. Lo so.

Sì, ma è vero.

Sì, esattamente. È vero.

Lei dà una descrizione per nulla edulcorata della Grande Guerra, talora narrata in modo epico e leggendario in molta letteratura. Per lei esistono gli eroi e se sì chi sono? 

L’eroismo esiste ma spesso si tende a pensare che sia una qualità che appartiene ad alcuni uomini soltanto. È una questione di circostanza, tutti noi abbiamo un’anima vigliacca e una coraggiosa, ma è sempre una questione di scelta e di contingenza. Per esempio i miei personaggi fanno qualcosa di eccezionale, anche se sembrano persone assolutamente normali, anzi anche paurose, ma l’accidentalità muove loro un impeto impensabile. Alcuni di loro nel bene, altri nel male, come il tenente Pradelle, che compie gesta leggendarie ma servendo il Male.

Le relazioni e i rapporti tra i personaggi sono spesso in opposizione, e lei ne ha narrato le diverse sfumature. 

La letteratura non è sempre incentrata sul conflitto, ma il conflitto è necessario, è necessario raccontarlo e sviscerarlo, per capire, la letteratura ha il ruolo di spiegare il conflitto e le sue ragioni. Anche nei casi dei conflitti interiori, la storia conduce a un conflitto. Nel caso del mio personaggio Albert, egli ha un grande conflitto interiore ma ha un debito enorme, deve la sua vita all’uomo che gliel’ha restituita quando lui era quasi morto, e lui si sente sempre nella condizione di ripagare questo debito di vita, anche se un debito di vita non è rimborsabile. Il personaggio più facile da raccontare è stato Pradelle, perché è chiaramente un uomo malvagio, opportunista. Un vero bastardo. Il personaggio che mi ha dato più soddisfazione è Albert. Non era facile raccontarlo, ma con lui ho potuto giocare con una cosa che amo molto e che amo fare in letteratura, e cioè giocare con le piste false. Descrivo un personaggio detestabile, sporco, mediocre, testardo, un uomo senza qualità ma che alla fine incarna la morale di tutta la storia. Ho cercato di portare il lettore a odiare questo personaggio, e alla fine faccio capire che invece le apparenze fuorviano, che le circostanze cambiano l’anima del personaggio.

Uno degli elementi di forza di questo romanzo sono le sorprese. Fino a che punto viene sorpreso dai suoi personaggi?

Non è semplice ma è importante costruire una storia. Quando mi chiedono consigli per un esordiente scrittore, io dico sempre queste cose. Non fidatevi della scrittura e abbiate fiducia nella scrittura. Non fidatevi perché la scrittura va pensata e ragionata, ma allo stesso tempo consiglio di tenere conto di seguire i personaggi e quella parte di noi non solo razionale, perché altrimenti perderemmo degli spunti importanti per capire la direzione che stiamo prendendo. Ma lo scrittore è anche il boss, deve tenere le fila e casomai tracciare un rigo e ricominciare. Saper rinunciare a ciò che non funziona. 

I suoi personaggi sono credibili, veri, reali, persone che ci assomigliano o che assomigliano a chi incontriamo. Gli altri sono per lei uno specchio?

Uno scrittore si nutre dei propri incontri. La questione che mi pongo spesso in quanto autore è che se anche se osservo qualcosa che trovo interessante, non è detto non ho mai la sicurezza che sia interessante dal punto di vista della scrittura del romanzo. Per dar vita a un romanzo ci deve essere qualcosa di più, deve essere letteratura. 

Rimango con la sua voce e queste parole che mi frullano in testa e mi torna alla mente ciò che diceva un grande scrittore italiano, Pontiggia, che raccontò che un giorno una sua allieva gli aveva detto, Io voglio scrivere perché la mia vita è un romanzo. E Pontiggia le aveva risposto: Ne sono lieto! Se la tenga per lei, la sua vita, allora, e scriva solo di quelle cose che siano davvero interessanti per chi legge.
Grazie Mounsier Lemaitre, una lezione di scrittura che non dimenticheremo.



Grazie ad Anna da Re (Mondadori) che mi ha dato l’opportunità di conoscere e parlare con un grande scrittore.


Le fotografie sono di Cristina Parodi

Pierre Lemaitre Domenica mattina Teatro Ariston Mantova 2014



Pierre Lemaitre (Parigi, 1951) è uno scrittore francese. Prima di dedicarsi alla scrittura, Pierre Lemaitre ha lavorato come insegnante. Assieme all'attività di romanziere ha anche portato avanti l'attività di sceneggiatore. Ha pubblicato vari romanzi: Travail soigné, Editions du Masque, 2006, premio Prix Cognac 2006; Robe de marié, Calmann-Lévy (2009), premio Meilleur Polar Francophone 2009; Cadres noirs, Calmann-Lévy (2010), premio Prix Le Point du Polar européen 2010); Alex, Editions Albin Michel (2011). Con Au revoir là-haut (Editions Albin Michel, 2013) ha ottenuto il premio Prix Goncourt 2013. Fazi Editore ha pubblicato L'abito da sposo nel 2012 e Lavoro a mano armata nel 2013 mentre Mondadori ha pubblicato Alex nel 2011 e nel 2014 Ci rivediamo lassù Prix Gouncourt 2013.



sabato 6 settembre 2014

Festival di Mantova. Sorokin e Nori raccontano la vecchia e la nuova Russia



«Sorokin è un pezzo della mia vita, e quando ho letto La coda ho pensato, questo è un romanzo straordinario»
Comincia così Paolo Nori parlando di Vladimir Sorokin, il grande scrittore russo che con il suo ultimo romanzo La giornata di un Opričnik edito da Atmospherelibri ci racconta del suo paese in modo singolare e appassionato, attraverso un romanzo ambientato in un futuro 2027.

«La monarchia è stata restaurata. Una rivoluzione neozarista ha costruito un nuovo Stato repressivo. La fustigazione è tornata, e il Cremlino è stato ridipinto con il suo originale colore bianco. Il sublime auto-isolamento nazionale è stato riscoperto: una Grande Muraglia si estende dall'Europa attraverso il Caucaso fino ai confini della Cina a proteggere la Russia. Protagonista del romanzo è Andrei Komiaga che lavora da Opričnik, la polizia segreta e braccio dello zar, sul modello dei peggiori eccessi di Ivan il Terribile. Komiaga, quasi privo di personalità per la sua esasperata lealtà verso la Russia, lo zar, e gli altri Opričniki, è una delle guardie più temute del paese. Nel corso di una giornata, Andrei Komiaga renderà testimonianza e parteciperà a brutali esecuzioni, feste stravaganti, incontri con ballerine, indovini, e anche la zarina. Egli stupra e saccheggia, ma si commuove fino alle lacrime ascoltando le canzoni della sua terra.»

Un fenomeno, un pezzo di storia, spiega Sorokin, se  non vengono descritti, raccontati ed elaborati, scompaiono ma rimangono impressi nel subconscio e continuano ad avere un ruolo potente. Per questo in Russia ogni dipendente dello Stato si sente in cuor suo un Opričnik, un personaggio a parte, uno che ha dei diritti che nessuno gli può contestare. Anche il personaggio del romanzo, Andrej Komjaga, si sente una Opricnika. 
Sorokin ha scritto il libro nel 2006, raccontando di un futuro che sembra avverarsi. C’è in Russia questa ideologia sull’opportunità di richiudersi in se stessi, spiega Sorokin, e allora lui se lo immagina questo suo paese con  una grande muraglia, come quella cinese, che lo contiene, e una tecnologia sviluppata per chiudere anziché per aprire. La nuova Russia come la vecchia degli zar? Forse sì, anche se con codici e mezzi diversi.
In questo romanzo ci sono gli Opričnika non sono gli stessi del Medioevo, non vanno a cavallo, ma la loro mentalità è assolutamente medievale.
La Russia sta diventando un posto dove le cose stanno tornando come furono un tempo. Sulla rete gira una battuta presa dal libro di Sorokin, che la mozzarella presto sarà prodotta in Bielorussia. Pensate, la famosa bufala bielorussia.
In Russia succedeva spesso che ci fossero libri che venissero bruciati e proibiti, ed erano quelli che giravano, di nascosto, di mano in mano.
In Russia gli scrittori hanno sempre avuto rapporti molto tesi con il potere. Questo nel periodo Sovietico, ma anche adesso. Sorokin è stato osteggiato, i suoi libri sono stati bruciati davanti alle librerie, lui è stato accusato, processato e poi prosciolto dall’accusa di scrivere libri pornografici.
Ma lui procede, va avanti a raccontare e no, non sembra avere paura di farlo.

Vladimir Sorokin


venerdì 5 settembre 2014

Secondo Giorno @Stoleggendo #Festlet Mantova: parliamo di viaggi





La signora Teresa ha detto, tu sei matta, cosa è questa idea di andartene in Iran da sola? Mia figlia non la lascerei andare. E allora a spiegarle che non è pericoloso, che è un viaggio che ho bisogno di fare, che no, non ne posso proprio fare a meno, che sono anni che ci penso, che no, che una settimana non basta e neppure due e neppure tre. Lei mi guarda con i suoi occhioni mentre ci serve il caffè e mi fa promettere che le manderò delle mail. Io non ribatto, mi pare sinceramente preoccupata.

A proposito di viaggi ecco che compare al Festival uno scrittore in cammino, Robert MacFarlane, accompagnato da Peter Florence, che ci racconta del suo ultimo libro Le antiche vie pubblicato con Einaudi e dei suoi ultimi viaggi. Questo ragazzone alto e biondo di Cambridge, che assomiglia un po’ al principe  William d’Inghilterra, se la ride, spiega che per lui camminare è come vivere, e viaggiare da soli significa trovarsi in compagnia della memoria, quindi non essere mai veramente soli. Edward Thomas scriveva che Colui che viaggia è colui che nota. È proprio così per Robert, ascoltare, conoscere, avvicinarsi al passato e al presente, cercare i sentieri antichi che servono a mettere insieme i luoghi e le persone, i piedi si fanno cervello e si prestano alla trascendenza. In questo modo camminare diventa un vero e proprio pellegrinaggio.

E come non parlare, se si parla di viaggi e percorsi, di Fabio Geda, di uno scrittore che ha fatto del viaggio la sua ricerca personale. Ieri sera in piazza Leon Battista Alberti al Blurandevù si è sottoposto al fuoco di domande dei ragazzi. Vivere è muoversi e provare tante vie, fino a che non si trova quella giusta e allora, ovunque si vada, ci si sente a casa. Questo è il consiglio che Fabio dà a una giovane studentessa che non sa ancora cosa fare della sua vita. A parte il fatto che non avere certezze ci lascia porte aperte che mai immagineremmo, Fabio le dice, non so quel che potrai fare, ma so che qualsiasi cosa tu faccia devi viverla con intensità. Solo in questo modo capirai che direzione prendere. Racconta Fabio, che dopo anni e dopo vari tentativi, la sua casa è arrivata con la scrittura e nel confronto con gli altri, soprattutto con chi è diverso da noi, per capire, per conoscere, per crescere.
Ecco, appena torno a casa provo a spiegarglielo alla signora Teresa che questo è viaggiare, e che qualcuno ne ha più bisogno di altri.

[Sappiate che siamo tornate alla macchina stanche ma senza perderci, pensate un po’, la Cristina Parodi e io.
Mantova, ormai sei nostra.]

Fabio Geda


Robert Macfarlane

giovedì 4 settembre 2014

Primo giorno a #Festlet 2014 Mantova. Tempo variabile, temperatura perfetta.






Primo giorno, Mercoledì 3 settembre.

Arrivata a Mantova quasi in orario, solo dieci minuti di ritardo sulla tabella di marcia, che per me ha davvero del miracoloso. Non ero sola, Cristina Parodi, Bibliotecaria e amica, mi indicava le direzioni da prendere, gira qua, vai di là. Siamo partite senza preoccuparci troppo del tempo, ci siamo fermate per chiedere un’informazione e invece abbiamo consumato un lauto pasto, ci siamo godute la campagna del tratto Cremona-Mantova a velocità di crociera, siamo arrivate alla magione di Teresa, un delizioso  Bed and Breakfast a pochi minuti dal centro e abbiamo lasciato che ci accogliesse, Teresa. 
E di lei, di Tersa, parleremo ancora.

Ore diciassette.

Stiamo ascoltando Eugenio Borgna che ci parla di come ascoltare il silenzio, cercare di comprendere e accettare la follia, esperienza lontana dall’indulgenza e dalla tolleranza, perché le ragioni e le angosce di chi sta male non sempre possono essere spiegate o capite. La follia non è solo disturbo neurologico o un problema psicologico, ma enigma e mistero.
Racconta della sua personale esperienza leggendo Virginia Woolf, Eugenio Borgna. Per capire bisogna partire dalle lettere, hanno la capacità di raccontare la sofferenza, ma anche i romanzi raccontano molto di un modo interiore potente e profondo. Emblematiche sono le pagine straordinarie di Mrs Dalloway, raccontano cosa vogliano dire ventidue anni di sofferenza psichica. Avvicinarsi al mistero della follia di Virginia Woolf significa sfidare le nostre paure e accettare di guardare quelle cose che avvengono nella nostra vita e nella vita di persone vicine a noi. 
L’anima ha tanti modi di esprimersi. Imparare a guardare negli occhi le persone e ad ascoltare oltre le parole dette, cogliere espressioni che possono sembrare stravaganti. Non è utopia irragionevole, è un modo per conoscere e capire chi appare diverso e lontano da noi, e smettere di averne timore.
Conclude dicendo che gli occhi bagnati dalle lacrime sono quelli che sanno cogliere l’invisibile e l’indicibile.
Applausi e commozione. Tanta.
La prima volta che lo sento e lo vedo davanti a me, dopo aver letto tutti i suoi libri.

Ore diciannove

Fame. Quando hai fame e sei stanca perdi il controllo, le forze e la concentrazione, almeno così mi succede. Mi affido alla mia compagna di viaggio, sicura che certo lei saprà prendere la situazione in mano. Niente da fare. Giriamo a vuoto, ci facciamo prendere dall’atmosfera, ci perdiamo, sbagliamo strada diverse volte, parliamo con tutti o forse quasi tutti i Mantovani che incontriamo, che sono gentili, accoglienti, divertiti da un popolo di foresti con la mappa in mano in cerca degli incontri prenotati. Vai di là, son dieci minuti, ma noi giriamo mezz’ora. Si divertono, ridono, prima ancora che tu chieda loro qualcosa ti dicono, il Conservatorio è da quella parte. E sì, perché vogliamo vedere Paolo Nori con Carlo Boccadoro al piano.
Ore ventuno e trenta
Ogni volta che lo sento Paolo, rido alle lacrime, mi emoziono esattamente come lui sul palco mentre legge La fondazione di Raffaello Baldini. Lui è così, legge, racconta, getta un ponte e ti prende per mano, e tu lo attraversi e sei con lui, e ti cascasse il soffitto sulla testa tu continui a camminare insieme a Baldini e alla sua storia e se a Paolo che suda ed alza la voce spunta una lacrima ecco che pure tu te la trovi sulla guancia. È la stessa roba. O forse non lo è, chissà, ma le emozioni, se son vere, possono essere diverse, ma risuonano insieme, come tanti strumenti della stessa orchestra.
Tant’è che eravamo al conservatorio, dico.

Ore ventitré e trenta

Siamo su un ponte e ci chiediamo, ma è questo il ponte ci prima, quello che va al posteggio? E io che mi affidavo a lei, a Cristina Parodi, io che la pensavo una ordinata, precisa, concentrata, equilibrata, con un ottimo senso dell’orientamento.
E invece no, si perde come me, che sono famosa per perdermi, e mi fa un po’ piacere.
Ciarliamo e ridiamo nella notte. 
Prima o poi alla macchina ci arriveremo.


martedì 2 settembre 2014

E si va a Mantova! Festivaletteratura dal 3 al 7 settembre 2014





Finalmente domani. Domani mattina partirò per Mantova e sono felice come una bambina a cui dicono domani si parte per il paese dei balocchi. Dividerò il viaggio con Cristina Parodi, amante dei libri, amante del festival, bibliotecaria che ce ne fossero, una che i libri li difende, li cura, li ama e contagia coloro con cui ne parla. Arriveremo a Mantova nel primo pomeriggio, la signora Teresa ci aspetta nel suo Bed&Breakfast, la signora Teresa che mi ha detto, vi vengo a prendere con la macchina, nessuna fatica e nessun disturbo, del resto mica vi porto in braccio. La signora Teresa.

Domani sarò a Mantova e seguirò tutto quel che sarà umanamente possibile per raccontarvi in un diario, nel mio solito diario, l’atmosfera e l’ossigeno che si respira a questa festa della cultura che compie già diciotto anni. E da Venerdì mattina sarò tutta per @Stoleggendo. La passione e l’entusiasmo di Francesco Musolino hanno coinvolto tante persone, scrittori, giornalisti, editori, blogger, librai, editor, lettori e addetti ai lavori e il progetto va avanti e cresce e si trasforma. È una cosa bella, @Stoleggendo.

Mentre vi sto scrivendo Stefano Piedimonte ha dato il via al nuovo calendario e sta twittando con e per voi dopo la pausa estiva, quella in cui siamo andati in vacanza con Anna Da Re negli States, con le sue foto e le sue letture.  Venerdì mattina Francesco Musolino mi consegnerà le chiavi e io sarò pronta per twittarvi tutto quello che succede. 

Sabato mattina tutti i #readerguest presenti al festival si incontreranno per una lunga e pigra colazione prima di scomparire di nuovo nelle varie piazze, palazzi, teatri, scuole  e tornare a immergersi nelle parole. 
E, udite udite, sabato pomeriggio avrò la gioia di intervistare Pierre Lemaitre, l’autore di Alex e Vincitore del Prix Gouncourt 2013 per il suo Ci rivediamo lassù, edito da Mondadori.
Perciò, che dire. @Stoleggendo, grazie. Anna Da Re, grazie. Francesco Musolino, grazie come sempre per questa meravigliosa avventura, anche se non potrai venire. 
[Però, Francé, questa di non venire non me la dovevi fare.]







giovedì 10 luglio 2014

11 luglio 1995. Srebrenica




Ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere Zjio Ribic, Rom bosniaco,  unico sopravvissuto della sua famiglia e del suo villaggio nella terribile Strage di Srebrenica. Zjio era un bambino di dieci anni. Vide arrivare i serbi. Vide stuprare e uccidere la madre e le sorelle. Vide massacrare suo padre e i suoi fratelli, gli amici, tutti. Si salvò solo perché finse di esser morto e quando scese la notte strisciò fuori dalla fossa comune, strisciò tra i cadaveri delle persone che aveva amato, scansandoli, e fuggì. Fu trovato, ferito e allo stremo delle forze, da due soldati, serbi anche loro, che lo nascosero e gli salvarono la vita. Fu condotto in un ospedale dove rimase per anni.
Oggi Zjio è un giovane uomo impegnato in un percorso di riconciliazione e di superamento dell’odio, porta in giro la propria testimonianza. 
L'ho conosciuto al Premio Internazionale Giorgetti che gli ha conferito una menzione speciale, e dove ho avuto modo di ascoltare la sua testimonianza. Mi ha raccontato di quello che ha fatto la guerra al suo paese e alla sua gente, e di quel che ha lasciato. Buona parte del territorio, pensate, è ancora infestato dalle mine. Mi ha raccontato la guerra. Quello che succede durante, che sembra un orribile e delirante incubo, e la realtà del dopo. 
Il dopo, quello, per chi è rimasto in vita, non passa mai.

Ma Zjio è l'esempio di chi non si è arreso, di chi lotta ogni giorno con coraggio, di chi racconta che coloro che gli hanno portato via tutto erano serbi, ma erano serbi anche coloro che gli hanno salvato la vita.
Questo è quello che Zjio va ripetendo. 
Una grande lezione.




Come fossi solo di Marco Magini Giunti editore. Diciannove anni fa a Srebenica





Nella mia libreria c’è un reparto ben fornito contro la guerra, che raccoglie opere e scritti di tutti quegli scrittori che l’hanno raccontata , perché l’hanno vissuta o perché hanno sentito la necessità di ragionare su questo sollecito apparato che l’uomo continua a organizzare, oppure per condividere e narrare la sua quotidianità, il dolore, la perdita, la violenza, la paura e il dopo. Tra i tanti Primo Levi, Beppe Fenoglio, Etty Hillesum, Marguerite Duras, Ingeborg Bachmann, Hannah Arendt, Rigoni Stern, Freud, Einstein, Terzani. 

Da oggi c’è un altro libro, quello di un giovane scrittore che si chiama Marco Magini e ha scritto Come fossi solo, pubblicato da Giunti, finalista al Premio Calvino 2013.
L’autore si è imbattuto nella Storia, quella con la esse maiuscola che, come fa dire a un suo personaggio «è piena di mostri e di eroi», e poi si è imbattuto nella storia piccola e umana, o disumana se volete, di un soldato di nome Dražen Erdemović, membro del decimo battaglione serbo, processato dal tribunale penale, l’unico che confessò e raccontò tutto quel che successe. Dražen Erdemović uccise settanta persone, eppure sembrava essere lì per caso, un giovane come tanti che pareva non avere nulla a che fare con quanto accadeva, ma che nonostante ciò assisteva a stupri e carneficine ed eseguiva gli ordini, prendendo parte al massacro che avvenne l’11 luglio del 1995 a Srebrenica.

Badate, leggere questo romanzo non sarà una passeggiata, vi lascerà sgomenti, è un pugno allo stomaco, commuove e strazia, perché si misura con la normalità dell’orrore. 
La storia è narrata dal punto di vista di tre  persone,  tre paia di occhi a cui Marco Magini affida tutto il dolore di un racconto complesso. 

«La guerra capovolge l’idea di felicità», dice Dražen, il soldato. 

«Mi stendo sulla branda e chiudo gli occhi. È passato più di un giorno dall’incidente. I carri armati sono ancora lì, immobili, nascosti adesso da una fitta nebbia alzatasi poche ore dopo l’attacco (…) Mi sorprendo ogni volta di come si creino nuovi equilibri: se non fosse per il brivido che mi corre ancora sulla schiena, l’attacco di ieri sarebbe poco più della rappresentazione delle nostre peggiori paure» questa è la voce di Dirk, olandese, casco blu, che non si capacita di quello che sta vivendo.

«Possono piccole debolezze, piccole manie individuali essere il motore di decisioni epocali? Piccole vicende che non entreranno mai nei diari ufficiali, nei manuali di storia. Circostanze insignificanti che accendono qualcosa d’irrazionale nella testa di una persona, un ricordo spiacevole, una fobia, un senso di inadeguatezza, tanto da cambiare una decisione.
(…)
A Srebrenica l’unico modo per rimanere innocenti era morire.» Scrive il giudice Romero Gonzáles in una lettera.

La prospettiva ci lascia interdetti. Quante sono state dunque le vittime? Non solo coloro che sono morti, ma anche chi anche marginalmente è stato macchiato per sempre, ha perso la propria innocenza, qualsiasi speranza o immagine di futuro. 

Non ci sono risposte, non c'è una spiegazione, se è questa che cercate non la troverete. Marco Magini non ne offre, e come potrebbe? Casomai cerca domande per sé e per il lettore, e si astiene dal giudizio. Solo i politici si addentrano nella liturgia delle certezze, dei vittoriosi e dei vinti, dei fatti e delle responsabilità, scivolando nelle semplificazioni. 
Leggete questo romanzo perché conserva la memoria di ciò che avvenne vent’anni fa non lontano dal nostro paese, come un fatto grave e inatteso che colpisce qualcuno che conosciamo appena e che tendiamo a dimenticare per non dolercene. 
Dimenticare, rifugiarsi nell’oblio è ciò che all’uomo riesce meglio, eppure ogni volta ripetiamo come sia importante fare i conti con il passato per crescere e per prendere atto che il pericolo che certi episodi inauditi si ripetano è costante, quando ci diciamo che invece no, certe cose non possono più succedere.

Marco Magini mi ha scritto che il suo intento è stato proprio quello di continuare a ricordare ciò che avvenne diciannove anni fa a Srebrenica. 

Una guerra, aggiungo, di cui l’Europa non si è mai presa le responsabilità che aveva. E che ha lasciato un paese in una situazione terribile.

Come fossi solo è adesso vicino al Diario di guerra di Ingeborg Bachmann, colei che scrisse, nel suo Letteratura come Utopia, del compito etico dello scrittore e del senso della scrittura come ricerca e  custodia della memoria. 
E così mi sono tornate alla mente le sue parole:
«Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nasconderne le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi.  E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi»

Marco Magini